13 febbraio 2026

Terra!

Nel corso della storia della vita sulla Terra, la diversificazione degli organismi ha seguito percorsi sorprendenti, intrecciando evoluzione, adattamento e innovazione. Dinosauri, mammiferi e sauropsidi sono solo alcune delle tappe di questo affascinante viaggio, che ha visto la comparsa di meccanismi come l’endotermia e il continuo incremento della biodiversità. Il passaggio dagli ambienti acquatici a quelli terrestri ha segnato svolte cruciali, aprendo la strada a nuove forme di vita e strategie evolutive.

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Uscendo dall’acqua dopo una bella nuotata, ancor di più se ci si è immersi, anche di pochi metri, le sensazioni che si avvertono immediatamente sono tre: la gravità, che rende più arduo risalire i gradini della scogliera, l’evaporazione, con le gocce d’acqua che cadendo sulle rocce evaporano in breve tempo, e il calore del Sole.

La vita e il suo lunghissimo processo di evoluzione, compreso quello della mente, iniziarono nel mare, e ogni essere vivente ne porta una parte dentro, in ognuna delle sue cellule.

Il passaggio alle terre emerse fu una tappa epocale.

Qui, i comportamenti sono diversi: ciò che prima era facile diventa arduo, ma contemporaneamente alcune cose prima difficili si semplificano. La terraferma è una serra, abbellita di un numero enorme di forme vegetali. Quasi tutti gli esseri viventi dipendono dal Sole come fonte di energia, ma le piante terrestri – le angiosperme in particolare – hanno tassi di fotosintesi e rendimenti energetici che superano di gran lunga tutti quelli rilevati in mare, e gli ecosistemi dell’ambiente subaereo presentano flussi di energia molto rapidi. Usciti dall’acqua si ha subito l’impressione che il Sole ci colpisca con la sua energia: le terre emerse sono piene di promesse e possibilità. Se si riesce a sopravvivere si può fare moltissimo.

Opabinia, artropode stelo del Cambriano
I primi animali a strusciare verso il Sole furono gli artropodi ed è probabile che i pionieri non siano stati gli insetti ma forme affini ai ragni e ai millepiedi. Già agli inizi del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa; ce ne sono tracce e, a quanto pare, coprirono questo ruolo in altre occasioni.

La terraferma è un ambiente difficile, e gli artropodi avevano le caratteristiche adatte ad affrontarla. L’evaporazione comincia non appena si emerge all’asciutto e lo scheletro esterno degli artropodi può diventare una protezione che trattiene l’umidità. Il movimento sulla terra è più difficile, ma gli artropodi erano generosamente dotati di arti; nella loro ricca gamma di appendici, quelle zampe conferivano un vantaggio – una marcia in più – per la vita all’asciutto.

I parenti di ragni e millepiedi avviarono il processo, ma fu soltanto un inizio. Gli artropodi si trasferirono sulla terre emerse qualcosa come sette volte distinte, forse di più. Rappresentanti di un loro ramo, una sorta di crostacei in senso lato, si avventurarono sulla terraferma diverse volte; una di tali sortite diede poi origine agli insetti – tra i 480 e i 465 milioni di anni fa - che, in questo nuovo habitat, andarono incontro a una colossale, inesauribile diversificazione. Oggigiorno la grande maggioranza di tutte le specie animali conosciute appartiene a quest’unico gruppo: esistono circa un milione di specie di insetti identificate, ma le stime suggeriscono che il numero reale sia molto più alto, tra i 5 e i 10 milioni, con alcuni che ipotizzano fino a 20 milioni di specie, rappresentando circa l'80% di tutte le specie animali conosciute, ma con molte ancora da scoprire (altrettanto numerose le specie che scompaiono di continuo).

Paesaggio del Carbonifero
Gli insetti sono perlopiù specialisti della terraferma, e gran parte della loro storia ne descrive la coevoluzione con le piante terrestri con un numero vastissimo di forme di cooperazione e conflitto. Le piante terrestri non sono antiche come si è portati a pensare, e si originarono dalle alghe verdi, unicellulari e coloniali, ovvero organismi fotosintetici, andando incontro alla loro esclusiva evoluzione verso forme pluricellulari. Probabilmente dopo il Cambriano alcune alghe modificate iniziarono l’avventura verso l’asciutto, e nel Carbonifero, - l’era degli insetti giganti - circa 350 milioni di anni fa, le piante sulla terraferma erano già contraddistinte e ben visibili come robuste strutture verdi. C’erano già felci, cicadi e conifere, e in seguito, all’epoca dei dinosauri, anche le angiosperme, le piante con i fiori. 

Come accennato le piante terrestri, le angiosperme soprattutto, utilizzano l’energia solare con un’intensità e un’efficienza che supera di gran lunga quella delle forme di vita marine. E gli insetti finirono con l’essere ben integrati in questo flusso di energia, come parte del processo di evoluzione: come consumatori ma soprattutto come impollinatori. 

A un certo punto di questo viaggio, forse 380 milioni di anni fa, salì a bordo della terraferma, un gruppo di animali differenti: il nostro, quello dei vertebrati. 

Quando si era trattato degli artropodi, ad aprirsi la strada verso una vita completamente terrestre furono diversi gruppi. La storia dei vertebrati andò diversamente. Semplificando, i vertebrati fecero quel passo epocale soltanto una volta: alcuni pesci appartenenti a un antico gruppo (sarcopterigi), che vuol dire “dalle pinne carnose”, diedero origine a molti tipi di vertebrati terrestri, con più sortite sulla terraferma in luoghi e tempi diversi, con incursioni nelle “terre di confine”, spesso solo parziali ma con almeno una spintasi più in profondità. Quei pesci avventurosi avviarono una radiazione ininterrotta di animali terrestri – compresi ciò che sarebbero poi stati i mammiferi e gli uccelli. E i dinosauri, ovviamente!

Un esemplare di Tiktaakik - ca. 375 milioni di anni fa
Un cambiamento difficile questo dei vertebrati. Gli artropodi partivano già facilitati da una generosa dotazione di zampe e attrezzi vari e con una protezione esterna: una via abbastanza ovvia. Per contro, osservando gli antenati dei vertebrati che iniziarono l’avventura sulla terraferma, non sembra così scontato che un pesce con le pinne possa cavarsela: c’è tutta una serie di ostacoli da superare, il primo dei quali è il doversi muovere schiacciati dalla gravità. Persino l’alimentazione era complicata, a cominciare dalla deglutizione. Un pesce ingoia insieme a parti della preda una certa quantità d’acqua e, grazie a densità simili, tutto si muove all’unisono e il boccone va giù. Sulla terraferma, quel movimento farebbe passare praticamente solo aria, molto meno densa della carne. C’è un pesce, il pescegatto anguilla, che addenta la propria preda sulla terraferma ma poi va in acqua per ingoiarla.

Perioftalmo o "saltatore di fango"
Ma il cambiamento più ovvio che consentì ai vertebrati di vivere perennemente sulla terraferma riguardò la forma corporea: il passaggio a «tetrapode», un corpo con quattro arti. È un errore immaginare che ai pesci spuntarono le strutture adatte al momento in cui tentarono di arrampicarsi su una spiaggia: fu piuttosto il contrario, strutture adatte, come pinne rinforzate, erano già presenti in un corpo adatto a strisciare o arrampicarsi in corsi d’acqua ostruiti dalla vegetazione o tra una pozza e l’altra, come accade ad alcune forme oggi viventi.

Per stare sulla terraferma occorrono anche i polmoni. Sacche simili, per galleggiare o a volte anche per respirare sott’acqua, erano già presenti in alcuni pesci da moltissimo tempo: molti di loro avevano già i polmoni prima che qualcuno si avventurasse sulla terraferma.

Un’altra difficoltà da affrontare fu l’inadeguatezza delle uova. Dopo un periodo di forme anfibie, un gruppo evolse un uovo che forniva agli embrioni uno «stagno in miniatura», consentendo di allentare altri legami con l’ambiente acquatico.

Subito dopo, ebbe luogo un’ulteriore ramificazione evolutiva avvenuta circa 312 milioni di anni fa e all’epoca insignificante, come del resto lo sono tutte: una specie di amnioti (quelli dell’uovo di poco fa, oggi lucertole, tartarughe, coccodrilli ecc.) si divise dando luogo a due linee evolutive: da quel momento in poi due rami di vertebrati tetrapodi diversi originarono da un lato il gruppo dei sinapsidi, e dall’altro i sauropsidi.

All’inizio il primo era più vasto, diversificato e numeroso per forme, ma fu duramente colpito dall’estinzione di massa di circa 252 milioni di anni fa (tra Permiano e Triassico, qui un quadro delle estinzioni di massa note): oltre il 70% delle specie terrestri fu cancellata, e il 90% di quelle marine. Prima della più famosa estinzione di massa, quella di 66 milioni di anni fa, dei dinosauri per capirci, i mammiferi erano decisamente il gruppo dominante.

L’altro ramo, quello dei sauropsidi, comprendeva i dinosauri, erbivori e carnivori, di varie taglie e dimensioni, andò incontro ad una diversificazione impressionante. Finché durò, e durò per oltre 160 milioni di anni. Anzi, dura ancora, visto che gli uccelli sono, a tutti gli effetti, dinosauri.

Il resto è storia (nota e complessa), ma non approfondiamo oltre.

A proposito di approfondimenti, c’è un altro aspetto importante con cui l’evoluzione dovette confrontarsi: la comparsa dell’endotermia. Ovvero la capacità di generare e mantenere la temperatura corporea interna. Non entriamo nei dettagli ma osserviamo che comunque, con l’endotermia, corpo e cervello diventano un sistema ad alta energia, che consuma più ossigeno. In mare è raramente presente, perché il controllo della temperatura è più facile sulla terraferma che in acqua, perché l’acqua allontana il calore molto più rapidamente di quanto faccia l’aria. Anche se la temperatura ambiente sulla terraferma è molto più variabile, tenersi caldi è più semplice.

Le terre emerse coprono un terzo della superficie terrestre, ma ospitano circa l’85% delle specie – se ci si limita agli organismi pluricellulari, meno chiaro è il quadro se si includono anche i microbi.

La svolta, il momento in cui l’ambiente subaereo prese il sopravvento in termini di diversità, si verificò circa 100 milioni di anni fa. Tempi abbastanza recenti se si pensa al tempo geologico, profondo.

Quindi, sebbene la vita abbia attraversato i suoi primi stadi in mare, una volta colonizzate le terre emerse l’evoluzione decollò in modo diverso. Dopo tutto, sulla terraferma, ci sono molte più cose da fare, molte più specializzazioni da trovare. Alcuni biologi sostengono che le terre emerse, rispetto al mare, siano sito di un’evoluzione più creativa: hanno prodotto più innovazioni ad alte prestazioni, il che potrebbe essere prevedibile, e forse la spiegazione sta negli elevati tassi di flusso di energia che aumenta la produttività della terraferma. Un’altra ragione è nel raggio d’azione, con un’attività subaerea meno vincolata di quanto lo sia nell’acqua, più densa e viscosa.

Secondo me entrambi gli ambienti offrono e hanno offerto siti di creatività innumerevoli. In mare ebbero luogo una gran quantità di innovazioni importantissime e necessariamente precoci: l’evoluzione degli animali e, contestualmente, dei corpi, dei sensi, degli arti, dei sistemi nervosi e dei cervelli loro propri. Il mare è il naturale scenario di questi stadi. Una volta stabilite le modalità di vita animale, il passaggio verso la terraferma è una possibilità che comporta l’adattamento al suo intenso flusso energetico. Poi, occorrono altri stadi di innovazione. I risultati comprendono le forme corporee di mammiferi e uccelli, lo stretto controllo della temperatura corporea, nuovi tipi di organizzazione sociale e nuove capacità di manipolare l’ambiente.

Dobbiamo agli stati acquatici dell’evoluzione i nervi e i cervelli che ci permettono questi intensi scambi di parole, come pure il corpo degli animali, compreso il nostro, e la stessa esperienza.

Il passaggio sulla terraferma ha aperto soltanto alcune porte.


08 febbraio 2026

Infinitesimi (replay)


Ci avete mai pensato? Esistere è una fortuna che sfida ogni statistica, una lotteria cosmica che abbiamo vinto contro probabilità letteralmente astronomiche. Il nostro genoma possiede talmente tante combinazioni possibili che, rispetto agli esseri umani effettivamente vissuti, siamo il risultato di un evento più unico che raro. Di fronte a questo, come si fa a non sentirsi stupiti della propria esistenza? Eppure, accanto al senso di meraviglia, si insinua anche un curioso disagio: quello di immaginare la propria non-esistenza, di pensare a un mondo in cui non abbiamo mai fatto la nostra comparsa.

È difficile accettare di essere semplici dettagli, irrilevanti per la realtà, eppure questa consapevolezza ci aiuta forse a vedere la vita per quello che è: un intervallo, fragile e contingente, tra due eternità di nulla. La sensazione che la realtà dipenda da noi è una dolce illusione, ma ricordare che il mondo si è sempre arrangiato senza di noi – e lo farà anche dopo – può essere sorprendentemente liberatorio. Se la nascita è un caso, la morte è una certezza: e in questo spazio effimero che chiamiamo “esistenza” risiede tutta la nostra irripetibile avventura.

(...)

Per quasi tutti noi il passato si ferma un paio di generazioni fa: quanti di noi conoscono il nome di tutti i loro bisnonni? Eppure se abbiamo certe caratteristiche lo dobbiamo a loro. E le genealogie si moltiplicano: due genitori, quattro nonni, otto bisnonni e così via. E ognuno di loro aveva a sua volta otto bisnonni…Venti generazioni, più o meno due secoli e mezzo, fa 220 antenati: un milione circa. E nel DNA di ognuno di noi c’è un milionesimo del loro DNA. Pochissimo, dal punto di vista strettamente genetico, ma molto da altri punti di vista. Siamo elementi di una continuità genealogica che proviene dalle profondità del tempo e si estenderà nel futuro, se non saremo così stupidi da compromettere la nostra stessa sopravvivenza.

Alla fine del 2022 la popolazione mondiale ha superato la soglia degli 8 miliardi di individui, il 7% vivente dei circa 114 miliardi di tutti gli esseri umani che hanno mai abitato il nostro pianeta. Dai 4 milioni di circa 10.000 anni fa, all’inizio della rivoluzione agricola, l’umanità è salita gradualmente a circa 800 milioni al momento della prima rivoluzione industriale, avvenuta solo due secoli fa. In confronto all’arco temporale della storia umana, che abbraccia più di due milioni di anni, l’incremento del numero di persone sulla Terra si è verificato principalmente negli ultimi due secoli, risultando in una concentrazione senza precedenti.

Attualmente, la sensazione diffusa è quella di vivere in un ambiente urbano frenetico, con metropoli che superano facilmente i 20 milioni di abitanti. Le stime dei paleo-demografi suggeriscono che circa 100.000 anni fa, la nostra specie consisteva in poche decine di migliaia di individui organizzati in gruppi di dimensioni ridotte, spesso non superiori al centinaio. Gli incontri con altri gruppi erano rari in quel periodo. La maggior parte degli esseri umani abitava in Africa, la culla dell’umanità, ma alcuni iniziavano già a spostarsi verso altri continenti. È interessante notare che, nonostante i sapiens non fossero gli unici esseri umani intelligenti sulla Terra, le altre specie diversamente umane erano presenti in modo più discreto.

Ciò nonostante, in termini cosmici la mia esistenza non ha senso: o meglio l’unico senso della mia esistenza è il fatto stesso che io esisto. Lo scopo della mia vita? «Lo scopo è vivere». Una tautologia che vale sempre la pena di tenere a mente.

Quindi, dal punto di vista del cosmo, la mia esistenza non ha un senso né uno scopo né alcuna necessità (non c’è da vergognarsene – varrebbe lo stesso anche per dio, se dio esistesse). Io sono qualcosa di accidentale, di contingente. Avrei potuto benissimo non esistere.

“Benissimo” quanto? Facciamo un piccolo calcolo. Appartengo alla razza umana e perciò possiedo un’entità genetica precisa. Il genoma umano consiste di circa trentamila geni attivi. Ognuno di essi ha almeno due varianti, o alleli. Quindi, il numero di identità geneticamente distinte che il genoma può codificare è pari ad almeno 2 elevalo alla trentamilesima – a spanne, 1 seguito da diecimila zero. È il numero degli individui potenziali permesso dalla struttura del DNA.

E quanti individui potenziali sono esistiti davvero? Secondo le stime, da quando esiste la nostra specie, sono nati circa 100 miliardi di esseri umani. Questo significa che la frazione di esseri umani geneticamente possibili venuti al mondo è meno di 0,00000…000001 (inserire circa 9.979 zeri al posto del puntini). La stragrande maggioranza degli umani geneticamente possibili è fatta di spettri non ancora nati[1].

Ecco quale fantastica lotteria ho dovuto vincere – e voi con me – perché la mia candelina si accendesse. Se non è il massimo della contingenza, poco ci manca.

 (...)

Non riesco a non sentirmi meravigliato di esistere – e che l’universo sia riuscito a produrre i pensieri che ribollono adesso nel flusso della mia coscienza.

Tuttavia lo sconcerto che provo pensando alla mia improbabile esistenza ha un curioso contrappunto: la difficoltà di immaginare la mia pura non-esistenza. Perché è così difficile immaginare un mondo senza me, un mondo in cui non ho mai fatto la mia comparsa? In fondo so di essere un dettaglio tutt’altro che necessario della realtà. Con una visione del genere è più facile accettare la vita come un intervallo contingente tra due infiniti di non esistenza. O accettare la morte se volete.

(...)

Lo so: la sensazione che la qualcosità del reale dipenda dalla mia esistenza è un’illusione egocentrica. Ma non perde il suo notevole fascino neanche se la considero tale. Come posso restarne immune? Forse tenendo bene a mente che il mondo se l’è cavata benissimo senza di me per secoli e secoli, prima del mio improbabile e improvviso risveglio dalla notte dell’incoscienza, e che continuerà a cavarsela senza intoppi anche dopo il mio prossimo ed inevitabile momento in cui a quella notte farò ritorno.

 (...)

Se la mia nascita è accidentale, la mia morte è una necessità. E non posso non pensare alle parole del grande Jacques Monod.



[1] NdR: e che non avranno mai modo di nascere.

 

04 febbraio 2026

Costruire il dubbio: scienza, disinformazione e verità

La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.

La visione distorta della scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza, rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia. Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.

Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.

Chris Wright

Qualcuno ricorderà la faccenda del rapporto emesso lo scorso luglio da parte del Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti. Quel documento nacque dal lavoro (…) di cinque persone appositamente incaricate dall’amministrazione Trump: tutti noti negazionisti e oppositori del consenso scientifico alle motivazioni del cambiamento climatico. Il lavoro è disponibile in "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate", e alla faccenda ho dedicato sia questo che un altro post.

Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi. 

Il DoE pubblicò quel rapporto col preciso scopo di minimizzare i pericoli del riscaldamento, senza aver tenuto alcuna riunione pubblica né reso disponibili al pubblico i documenti utilizzati. Lee Zeldin, amministratore dell'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), ha poi citato il rapporto per giustificare un piano per sostenere la loro iniziativa che ha provato a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che il CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresentava quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici del CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.

Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente. 

E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà, un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non, come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o informazioni».

La causa è stata avviata a seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists (UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per eliminare le normative climatiche.

A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».

A seguito delle numerose class action intentate da numerosi gruppi ambientalisti e scientifici il CWG fu sciolto in breve tempo sostenendo che, una volta fatto il lavoro, qualsiasi questione legale diventava irrilevante. Ma la corte non si è dimostrata d’accordo.

Ben Dietderich, portavoce di Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di cancellare il rapporto dal registro pubblico.

«Gli attivisti dietro questo caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima, ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima è tutt'altro che conclusa».

Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.

I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.

Si  è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025, poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher, direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.

Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.

In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.

Insomma, come ottimamente ci raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio, al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.

Un manipolo di scienziati e politici che oscurano la verità, che si tratti di danni da fumo o riscaldamento globale le tecniche sono sempre le stesse.

Costoro hanno capito che il dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.

Sulla qualità della nostra stessa democrazia.