La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.
La visione distorta della
scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce
il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza,
rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella
divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le
menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha
impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia.
Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della
conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.
Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.
| Chris Wright |
Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi.
Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.
Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente.
E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà,
un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non,
come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o
informazioni».
La causa è stata avviata a
seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists
(UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare
gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per
eliminare le normative climatiche.
A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».
Ben Dietderich, portavoce di
Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il
giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di
cancellare il rapporto dal registro pubblico.
«Gli attivisti dietro questo
caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima,
ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno
inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a
sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima
è tutt'altro che conclusa».
Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.
I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.
Si è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025,
poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher,
direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione
Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore
del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico
esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento
sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto
essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.
Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.
In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.
Insomma, come ottimamente ci
raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio,
al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione
di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con
dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il
consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.
Costoro hanno capito che il
dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare
che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a
ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della
scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza
non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione
organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.
Un ammonimento tanto per la
comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza
deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard
sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare
collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e
le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata,
evitando il cosiddetto falso equilibrio,
per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti
scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.
Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.
Sulla qualità della nostra stessa democrazia.