04 febbraio 2026

Costruire il dubbio: scienza, disinformazione e verità

La manipolazione del dubbio è diventata strategia ricorrente per influenzare la percezione pubblica della scienza, le dinamiche che alimentano disinformazione e sfiducia ancorché note non sono facilmente smascherabili. La faccenda del rapporto DoE dello scorso luglio è un caso emblematico: piccoli gruppi di scienziati e politici oscurano verità consolidate, mettendo in discussione il consenso scientifico e ostacolano la risposta a temi cruciali come il riscaldamento globale e la salute pubblica.

La visione distorta della scienza, intesa erroneamente come dispensatrice di certezze assolute, favorisce il proliferare di false equivalenze nei media e nei dibattiti pubblici. Trasparenza, rigore e responsabilità sia nella comunicazione scientifica che nella divulgazione, sono sempre più fondamentali, per difendere la verità contro le menzogne e le manipolazioni. La disinformazione non è un’entità astratta: ha impatti concreti sulla vita delle persone e sulla qualità della democrazia. Solo un impegno collettivo può contrastarla e preservare il valore della conoscenza come strumento di progresso e tutela sociale.

Se la magistratura arriva ad occuparsi di tutto ciò, allora c’è ancora speranza.

Chris Wright

Qualcuno ricorderà la faccenda del rapporto emesso lo scorso luglio da parte del Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti. Quel documento nacque dal lavoro (…) di cinque persone appositamente incaricate dall’amministrazione Trump: tutti noti negazionisti e oppositori del consenso scientifico alle motivazioni del cambiamento climatico. Il lavoro è disponibile in "A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate", e alla faccenda ho dedicato sia questo che un altro post.

Ebbene, il 30 gennaio scorso un giudice federale ha stabilito che il DoE ha violato la legge nel momento stesso in cui il Segretario dell’Energia Chris Wright (ruolo equivalente a quello di un ministro) ha scelto personalmente cinque ricercatori che rifiutano il consenso scientifico sul cambiamento climatico, mettendoli a lavorare in segreto sull’ampio rapporto governativo sul riscaldamento globale. La menzogna istituzionalizzata che fu poi opportunamente smentita da un lavoro ad hoc realizzato da scienziati competenti ed obiettivi. 

Il DoE pubblicò quel rapporto col preciso scopo di minimizzare i pericoli del riscaldamento, senza aver tenuto alcuna riunione pubblica né reso disponibili al pubblico i documenti utilizzati. Lee Zeldin, amministratore dell'Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA), ha poi citato il rapporto per giustificare un piano per sostenere la loro iniziativa che ha provato a confutare la “Endangerment Finding” del 2009 (rilevamento del pericolo), ossia il riconoscimento ufficiale da parte dell’EPA che il CO₂ e altri gas serra rappresentano una minaccia per la salute e il benessere pubblico, e che costituisce, almeno finora, la base legale per tutte le successive politiche federali di mitigazione del cambiamento climatico negli Stati Uniti. Il rapporto del DoE rappresentava quindi il tentativo di giustificare, dal punto di vista scientifico, l’abbandono di qualsiasi politica di contenimento delle emissioni di gas serra, usando vecchi argomenti del negazionismo climatico degli ultimi 20 anni, come i presunti benefici del CO₂ per l’agricoltura, l’incertezza dei modelli climatici e le presunte esagerazioni dei danni stimati per i cambiamenti climatici. Una vera e propria manna per i negazionisti e gli scettici radicali.

Peccato che esista, fin dal 1972, il Federal Advisory Committee Act che non consente alle agenzie governative di reclutare o fare affidamento su gruppi di soggetti anonimi né tanto meno segreti, per la definizione delle politiche o per la redazione di atti ufficiali.

Un giudice federale quindi, William Young, del Tribunale Distrettuale degli Stati Uniti per il Massachusetts, ha dichiarato che il DoE non ha negato: ha sostanzialmente ammesso di non aver tenuto riunioni pubbliche o di non aver raccolto un punti di vista alternativi a controbilanciare quanto poi fu effettivamente smentito punto per punto. Creando il loro personalissimo Climate Working Group, non si sono quindi attenuti a quel che la legge richiede. Col senno di poi sembra abbastanza legittimo attendersi che qualsiasi documento pubblico debba esser realizzato altrettanto pubblicamente. 

E le violazioni sono materia di diritto, ha affermato il giudice Young. Il CWG era, in realtà, un comitato consultivo federale progettato per informare le istituzioni governative e politiche, e non, come sosteneva il DoE, semplicemente «riunito per scambiare fatti o informazioni».

La causa è stata avviata a seguito di una denuncia da parte dei legali dell’Environmental Defense Fund (EDF), insieme all'Union of Concerned Scientists (UCS) e questa sentenza dovrebbe ostacolare gli sforzi, spesso palesemente fraudolenti, dell'amministrazione Trump per eliminare le normative climatiche.

A sostegno della sentenza sono state prodotte numerose email e documenti interni, ora resi pubblici su ordine del giudice, che hanno dimostrato che i nominati politici del DoE avevano coordinato con l'EPA, e trasmesso istruzioni ai ricercatori, per produrre quello che il giudice stesso ha definito un rapporto scientifico distorto, aggiungendo che «si è sanzionata la violazione legale, nel pieno rispetto del diritto e non un’ingerenza nelle scelte politiche del governo».

A seguito delle numerose class action intentate da numerosi gruppi ambientalisti e scientifici il CWG fu sciolto in breve tempo sostenendo che, una volta fatto il lavoro, qualsiasi questione legale diventava irrilevante. Ma la corte non si è dimostrata d’accordo.

Ben Dietderich, portavoce di Wright, ha osservato in una dichiarazione che, nonostante la sentenza, il giudice Young non ha acconsentito alla richiesta dei gruppi ambientalisti di cancellare il rapporto dal registro pubblico.

«Gli attivisti dietro questo caso hanno a lungo travisato non solo lo stato reale della scienza del clima, ma anche il cosiddetto consenso scientifico», ha affermato. .«Hanno inoltre cercato di mettere a tacere gli scienziati che si sono limitati a sottolineare — come ha fatto il CWG nel suo rapporto — che la scienza del clima è tutt'altro che conclusa».

Sappiamo già che, dopo il famigerato rapporto, centinaia di scienziati, inclusi ricercatori dell'American Meteorological Society, una delle principali organizzazioni di scienze climatiche, hanno denunciato i risultati del gruppo come pieni di errori e menzogne deliberatamente costruite: pseudoscienza.

I membri del CWG (Steven E. Koonin, John Christy, Judith Curry, Roy Spencer e Ross McKitrick), per quanto preparati ma soprattutto prezzolati, hanno messo in discussione il consenso scientifico secondo cui il cambiamento climatico rappresenta gravi rischi per il pianeta e per la salute umana, mettendo anche in discussione le ripercussioni economiche a breve e lungo termine. Ma le migliaia di email e documenti interni resi pubblici su ordine del giudice hanno dimostrato che il gruppo aveva lavorato con cura soprattutto per mantenere la propria esistenza nascosta, e si era incontrato in segreto più di una dozzina di volte, allo scopo di evitare di dover rilasciare o anticipare relazioni pubbliche.

Si  è inoltre scoperto che nell’aprile del 2025, poco dopo la creazione del gruppo e la sua prima convocazione, Travis Fisher, direttore degli studi sulle politiche energetiche e ambientali dell’amministrazione Trump presso il Cato Institute (un noto think tank conservatore e negazionista), coordinatore del rapporto DoE, aveva mandato un'email ai cinque ricercatori da un account personale, nella quale si precisava che l’«incarico esatto» sarebbe stato quello di fornire un aggiornamento sulla scienza applicata al risultato del già citato documento di Endangerment Finding. Il documento avrebbe dovuto essere siglato DoE, come fosse marchio di garanzia, e così è stato.

Le richieste di spiegazione rivolte a Fisher sono cadute nel vuoto dietro un laconico no comment.

In tutto questo, stando alle dichiarazioni del giudice Young, sembra che l’EPA non abbia violato nessuna normativa, relativamente alla formazione del comitato dei cinque. In apparenza, considerando che il comitato ha lavorato per il DoE, sembra che l’EPA non abbia fatto altro che citarlo per giustificare le loro iniziative: se c’è malafede nel flusso delle informazioni tra DoE ed EPA non è dato saperlo, per ora.

Insomma, come ottimamente ci raccontano Naomi Oreskes ed Erik M. Conway nel loro “Mercanti di dubbi” siamo di nuovo e ancora alla costruzione deliberata del dubbio, al diritto di mentire spacciato per diritto d’opinione, alla contrapposizione di gente che spesso non ha nulla a che fare col settore di cui si occupa, con dozzine, centinaia di ricercatori e scienziati seri che rappresentano il consenso scientifico. Agli addetti ai lavori fu chiaro da subito, ma adesso è nero su bianco in una sentenza federale.

Un manipolo di scienziati e politici che oscurano la verità, che si tratti di danni da fumo o riscaldamento globale le tecniche sono sempre le stesse.

Costoro hanno capito che il dubbio funziona. E funziona anche perché noi abbiamo una visione sbagliata della scienza. Tendiamo a pensare che la scienza fornisca certezze, quindi se le certezze mancano, siamo portati a ritenere che la scienza sia in errore o incompleta: una visione questa della scienza superata e sbagliata. La storia ci mostra chiaramente che la scienza non dà certezze. E non dà neppure prove immutabili. Esprime solamente il consenso degli esperti, basato sull’accumulazione organizzata di evidenze sottoposte ad analisi continua.

Un ammonimento tanto per la comunità scientifica quanto per i media e la politica. Da un lato, la scienza deve evitare ogni opacità nelle fonti di finanziamento e adottare standard sempre più rigorosi, affinché non si possa – a ragione o a torto – sospettare collusioni con interessi economici. Dall’altro, i giornalisti, i divulgatori e le testate hanno la responsabilità di fornire un’informazione accurata, evitando il cosiddetto falso equilibrio, per cui si contrappongono in un dibattito pubblico da un lato fatti scientificamente dimostrati e dall’altro opinioni non verificate, come fossero due pareri.

Sapere, però, non basta. La conoscenza senza azione è solo un’illusione di sicurezza. Occorre pretendere trasparenza, difendere la scienza, smascherare le menzogne. Perché la verità non si difende da sola: ha bisogno di ciascuno di noi. Perché la disinformazione non è un fenomeno astratto: è un attore concreto che incide sulla salute di milioni di persone, sui ritardi nell’affrontare l’emergenza climatica o qualsiasi altra emergenza.

Sulla qualità della nostra stessa democrazia.


02 febbraio 2026

L’intelligenza artificiale non può sostituirci

La mente umana è molto più di un semplice intreccio di materia e impulsi elettrici: è il risultato di miliardi di anni di evoluzione e di relazioni profonde tra corpo e coscienza. Oggi i computer inseguono la nostra complessità, ma rimangono soltanto imitatori, lontani dall’essere ciò che siamo realmente.

Chi sogna l’upload della mente nel cloud dimentica che le nostre esperienze, radicate nel corpo biologico, non possono essere trasferite né replicate da algoritmi. L’illusione di una continuità digitale è solo fantascienza, perché il sé umano si nutre di storia, sensi e presenza autentica.

Per quanto le macchine si affinino, la loro intelligenza resta una copia priva di esserci. La vera mente non si simula: si vive. Questi i temi approfonditi in questo nuovo post, scoprendo perché l’AI, per quanto potente, non potrà mai sostituire ciò che ci rende umani.

I computer di oggi, per quanto sofisticati e complessi possano essere il loro hardware e il loro software, o i robot, non possono avere esperienze: e domani?

In questa domanda vi sono questioni connesse che hanno attinenza con i sistemi di intelligenza artificiale (AI), aspetti molteplici, in sistemi ove si suppone esista una mente non all'interno di un corpo nel modo consueto, un corpo biologico, ma «realizzata» come un pattern[1] di interazioni, grazie ad un programma per computer. Vengono subito in mente i tentativi di quella che è chiamata AI «forte»: ovvero la capacità di un agente intelligente di apprendere e capire un qualsiasi compito intellettuale che può imparare un essere umano. Programmi per computer messi a punto non solo perché si comportino o risolvano problemi come farebbe qualcuno dotato di una mente ma programmi che, quando sono eseguiti, sono ritenuti essere una mente.

Ma se una mente potesse esistere nel pattern di interazioni di un software, potremmo inoltre aspettarci, un giorno, di essere in grado di caricarne alcuni - magari la nostra stessa mente - da qualche parte nel cloud. Visto che in tale scenario saranno necessari dei computer, una mente allora, potrebbe essere spostata o muoversi – anche deliberatamente? - da computer a computer, proprio come oggi fanno le informazioni all'interno di uno stesso cloud o tra cloud diversi. E quindi, benché esistano soltanto in corpi localizzati, dopo il caricamento i nostri pensieri e le nostre esperienze potrebbero schizzare da una macchina all'altra.

Ad oggi, e forse mai, come vedremo, non è possibile creare una mente programmando una serie di interazioni in un computer, nemmeno nel caso si disponga di macchine molto complesse che prendano a modello le operazioni dei nostri cervelli. Anche se attualmente dietro a molti progetti di AI ci sono opinioni contrarie, spesso piuttosto folkloristiche o addirittura fantascientifiche, ritengo che nessun sistema informatico potrà mai essere una mente, e quindi dotato di senzienza[2] o coscienza che sia.

Illustrazione schematica di un neurone biologico e di uno artificiale

Dietro queste convinzioni, soprattutto a supporto degli enormi interessi economici che esistono nel mercato dell’AI, c'è l'idea che tali elementi esistano in schemi di interazione e attività di vario genere. Ovviamente pattern come questi sono presenti nel nostro come in altri cervelli, ma - dicono i sostenitori dell’AI forte - potrebbero esistere, identici, anche in altri dispositivi fisici. Pur essendo lecito e condivisibile sostenere che esistano elementi dovuti a pattern di attività questi, però, sono molto meno «esportabili» di quanto spesso si supponga, essendo strettamente legati ad un particolare tipo di base fisica e biologica di cui, tra l’altro, molto poco ancora si sa soprattutto per quanto riguarda l’integrazione degli elementi che concorrono al complesso schema di attività.

Una frequente obiezione è che in questi programmi per computer si potrebbe riuscire a rappresentare un pattern di interazioni del tipo osservato nel cervello; ma ciò non equivale affatto ad avere quelle interazioni presenti nel computer. Sono semplicemente codificate, scritte, e tutto ciò non è sufficiente; e a molto poco serve sapere che i sostenitori dell’AI liquidino questa obiezione troppo facilmente.

Esistono tuttavia alcuni tipi di attività, legati a quello che fanno i nostri cervelli, che potrebbero avere una esistenza reale in un computer senza troppa difficoltà.

Supponiamo che un cervello sia semplicemente una rete di segnalazione e commutazione, nella quale il neurone A innesca la scarica dei neuroni B e C, il neurone C influenza D, E ed F, e così via. E supponiamo che questo sia tutto. Allora potrebbe darsi - fintanto che in un computer qualcosa svolge il ruolo di A (influenzando B e C), qualcos'altro svolge il ruolo di B, eccetera - che vi sia tutto quanto occorre; in tal caso il pattern di attività cerebrale può essere presente, e non soltanto rappresentato, nella macchina.

I neuroni e i cervelli, però, fanno più di questo. L'obiezione secondo cui i programmi di AI si limiterebbero a rappresentare quello che fanno i cervelli senza farlo, è molto più seria quando si passa a considerare le proprietà dinamiche su vasta scala dei cervelli. Anche queste dovrebbero essere effettivamente presenti nel computer. Non basterebbe individuare qualche equazione che descriva ad esempio i ritmi e le onde che si osservano negli elettroencefalogrammi (e molto altro), e poi eseguire quelle equazioni nella macchina. La macchina deve effettivamente avere quei pattern presenti al suo interno. Non basta metterci dentro dei pezzi, essi devono essere ciò che fanno.

Se poi l'obiettivo è una mente e non una mente umana, allora non sarebbe necessario che questi pattern fossero esattamente identici a quelli del nostro cervello; potrebbero essere solamente simili.

Ma cosa occorrerebbe per avere qualcosa di simile a questo in una macchina? Pensiamo ad esempio a quelle attività che, nel cervello, danno origine a ritmi, moti ondulatori e campi elettrici, tutte attività misurabili e registrabili. Si tratta dell'alternarsi, a livello delle membrane cellulari, di minuscoli flussi e riflussi di ioni (particelle elettricamente cariche), che si sommano per produrre oscillazioni coordinate in particolari regioni del cervello. Anche mettendo da parte i campi, può essere molto difficile avere un sistema con qualcosa di simile ai pattern dinamici del cervello che non sia fisicamente simile a un cervello anche per altri aspetti.

Guardando il quadro complessivo, oltre alla materia che compone un cervello, oltre alle influenze da cellula a cellula, osserviamo anche i ritmi, i campi, gli schemi di attività elettrica modulati dai sensi. Quelle attività possono essere me, i miei pensieri e le mie esperienze, il mio rivivere esperienze passate e il mio immaginare il futuro. Non è così difficile da credere.

I computer di oggi contengono, per così dire, una porzione logica - una minuscola frazione - di quello che ha luogo dentro di noi; sono spesso progettati per creare illusioni di agentività e soggettività, e lo fanno bene. Se partiamo da un dispositivo contenente alcuni processori logici veloci e affidabili, legati a una grande memoria, in una unità stabile alimentata con tutta l'energia necessaria, questo - a prescindere da come sia stato programmato - rimane comunque un oggetto del tutto diverso da un cervello e da un organismo vivente. Forse, in futuro, i sistemi artificiali potranno essere costruiti con materiali diversi e riuscire a eseguire un maggior numero di operazioni simili a quelle del cervello. Il risultato potrebbe essere una sorta di vita artificiale, o almeno, rispetto agli attuali sistemi di AI, qualcosa di più vicino ad essa.

Il problema qui non è l'artificialità, il fatto che i sistemi di AI siano fatti da noi umani e non dall'evoluzione, o almeno non solo: il problema è la necessità che al loro interno abbia luogo il giusto tipo di cose.

Nel campo dell’AI, allora, gli scenari che mi vedono in completo disaccordo sono quelli che evocano possibilità di upload, di caricare una mente da qualche parte in un sistema informatico, nel cloud. L'idea che un programma per computer opportunamente programmato possa avere esperienze come le nostre, e che possa essere una continuazione di noi, è soltanto fantasia. Noi siamo qualcosa di molto diverso da qualsiasi pattern di attività possa vagabondare da un computer all'altro nella «nuvola». E ancora: le macchine future potrebbero essere diverse da quelle attuali, e un giorno la vita artificiale potrebbe realizzarsi. Considerando le tecnologie disponibili oggi però non può esistere un processo che estragga le nostre esperienze dal loro radicamento biologico in un corpo vivente, e le faccia continuare  - in aggiunta a noi – nel cloud.

Gli scenari dell'upload  sono i più improbabili; all'altro estremo dello spettro, troviamo quelli che immaginano un robot futuri dotati di sistemi di controllo autenticamente simili a cervelli. Un giorno, questo potrebbe dar luogo, oltre ad una forma evoluta di AI, anche all'esperienza artificiale. Ma che ciò possa essere quel che comunemente associamo al concetto di mente, quel concetto di esserci, capire appieno la propria vita nel momento in cui accade, non è possibile né immaginabile.

Recentemente ho scritto di AI, di LLM, evidenziando soprattutto i pericoli del grande fraintendimento che è in agguato: la verosimiglianza linguistica che sostituisce la vera valutazione epistemica, dando l'impressione di conoscere senza un reale giudizio ed i processi che comporta, completamente diversi tra uomo e macchina.

Per quanto i circuiti neuronali artificiali, le loro integrazioni, i fenomeni da essi emergenti possano perfezionarsi essi saranno sempre una rappresentazione di ciò che è mente. Non basta rappresentare, occorre esserlo, perché la mente non è conseguenza di quanto accade nella materia di fisico, chimico o biologico, è il suo fare a renderla tale.

E uno dei motivi che impediranno che un cervello possa essere replicato, clonato o scaricato da qualche parte su un ipotetico cloud – separando corpo e mente in un beffardo ritorno del dualismo cartesiano - è soprattutto questo: la coscienza, il sé, hanno 3,5 miliardi e passa di anni di evoluzione dietro.

Le macchine e il loro software no.

Addendum

Ad oggi, inoltre, i tentativi di imitazione del comportamento umano, falliscono miseramente. Proprio in questi giorni si parla molto di Moltbook, presentato come un «social network per intelligenze artificiali». E, puntualmente, sono ricominciati deliri e supercazzole: coscienza emergente, macchine che si parlano, macchine alla ricerca di eusocialità! Ma questa dinamica non è nuova e, soprattutto, non è misteriosa. È qualcosa di già studiato e pubblicato. Per i dettagli rimando allo studio del Prof. Walter Quattrociocchi e dei suoi colleghi. Per molti qualcosa come Moltbook è affascinante: rende visibile un fenomeno che diventerà sempre più centrale man mano che deleghiamo le interazioni sociali a sistemi generativi. E’ epistemia pura: ma scambiare questa dinamica per un segnale di vita o di intelligenza è un errore di categoria.

No, le AI non stanno evolvendo verso un qualsiasi grado di socialità, ma nemmeno quello delle formiche o delle api. Quando il linguaggio si sgancia dal mondo e parla solo con se stesso, la distorsione che ne deriva non è un errore, ma è la dinamica naturale del sistema.

Un’ultima considerazione. Le esperienze di cervello diviso sono ormai note e la callosotomia, ovvero la resezione chirurgica del corpo calloso nei casi di epilessia grave, è pratica consolidata. Ebbene, riuscite a immaginare che coloro i quali hanno subito una così drastica pratica, sono per lo più asintomatici, con una vita pressoché normale? Ci sono ovviamente altri che invece possono presentare disabilità di vario tipo. E adesso, riuscite a immaginare un computer il cui flusso di informazioni e attività sia tagliato fisicamente, interrompendolo, da qualche parte?


[1] Il termine sarà usato spesso: lo si intenda nel suo senso più generico di schemi e processi regolari.
[2] Il filosofo della scienza Peter Godfrey-Smith usa senzienza per evitare l’uso forse troppo ampio di coscienza. Si riferisce alla cosiddetta esperienza esperita, un’idea assai ampia di esperienza sentita o provata.

25 gennaio 2026

Empatia


Le trasformazioni sociali degli ultimi decenni, mettono in luce come molte società siano diventate più attente, razionali ed empatiche. Grazie a dati concreti e riflessioni critiche, la percezione diffusa secondo cui viviamo in tempi peggiori viene sfatata, mostrando invece un netto miglioramento in ambiti come criminalità, abusi e conflitti. Nonostante disinformazione e fake news la facciano spesso da padrone è proprio il ruolo cruciale dell’informazione libera, della ricerca scientifica e del dibattito razionale che guida la crescita morale delle società moderne. Il progresso è reale e tangibile, misurabile, e invita a guardare con fiducia alle potenzialità dell’essere umano. Il cambiamento è possibile e il futuro può essere davvero migliore.

Iniziamo l'anno cercando di viverlo nel migliore dei modi. Con ottimismo.

Una delle qualità umane biologicamente intrinseche è la cosiddetta empatia, ovvero quel particolare stato d’animo che ci consente di immedesimarci in qualche modo in altri esseri viventi e soprattutto in nostri simili. Se volete capire cosa rende un essere umano buono osservatelo nei rapporti che ha con un animale domestico da compagnia, primi fra tutti cani e gatti ma a seguire possiamo citare senza ombra di dubbio tartarughe, conigli ed altri roditori vari, uccelli di ogni taglia finanche rettili ed altri bizzarri animali.

Il rapporto che si crea con i nostri cuccioli è talmente forte da essere assimilabile a quello che abbiamo con i nostri figli. Ci immedesimiamo empaticamente in loro tanto d’esser convinti che quanto noi pensiamo essi pensino, le emozioni che crediamo provino e l’estrema antropomorfizzazione del loro comportamento siano la realtà. Se soffrono o stanno male stiamo in pena per loro e se vediamo qualcuno trattar male un animale reagiamo violentemente, e giustamente, in sua difesa. Tutto questo è quanto definito come empatia.

L’empatia è fondamentale per il comportamento moralmente ed eticamente condivisibile a livello societario perché la regola aurea di qualsiasi comportamento morale implica la necessità di mettersi al posto di un altro per capirlo e non occorrono religione o regole divine per accettarlo perché il comportamento empatico è codificato e le neuroscienza e la biologia sono oggi in grado di tracciare con esattezza quali parti del cervello sono sollecitate e quali ormoni vengono prodotti in associazione ai comportamenti gentili e buoni. Ed è sempre l’empatia, retaggio primitivo e consolidato in ognuno di noi, che ci rende solidali e partecipi alle sofferenze del nostro vicino, che ci commuove di fronte allo stato di singoli o di intere popolazioni, che ci muove e ci spinge a fare donazioni per esempio od a fare volontariato perché abbiamo ereditato l’attitudine a proteggere i membri della nostra stessa specie.

Bontà e gentilezza sono biologicamente codificati e fisiologicamente innati.

Come spiegare allora il male? Le cattive azioni? E come apice massimo le atrocità e gli orrori dei genocidi di intere popolazioni? La ferocia e la crudeltà assolutamente gratuite nei confronti di altri essere umani? Un esempio per tutti le atrocità commesse nei campi di concentramento nazisti già a partire dai primi anni ‘30. 

Perché a coloro i quali sono riusciti da esseri umani contro uomini, donne e bambini ad esercitare tanta crudeltà l’indottrinamento sociale e culturale, politico o religioso, è stato tale da convincerli che si agiva contro esseri non-umani. Ed ogni qual volta che invece negli aguzzini emergeva reagendo con violenza il comportamento empatico essi od esse realizzavano che invece si trattava di essere umani. Il comportamento di un predatore nei confronti di una preda può sembrare, per antropomorfismo, crudelmente gratuito ma in realtà è biologicamente normale in quanto parte dell’economia del sistema che vede i primi agire contro specie diverse e per la protezione della loro ed ovviamente vale il contrario quando le prede diventano via via più specializzate nello sfuggire ai predatori in una continua corsa agli armamenti come ebbe a dire Richard Dawkins.

Ogni qual volta un essere umano arriva alla conclusione che altri esseri umani non appartengono alla loro stessa specie scattano i meccanismi che provocano crudeltà, disgusto e paura e che portano al male e soprattutto nei genocidi del secolo appena trascorso – e l’olocausto ebraico è solo quanto numericamente più concentrato nel tempo e nello spazio sia mai successo nell’intera storia dell’umanità - le motivazioni sono quelle che derivano dalla classificazione in subumani o bestie di esseri umani nei confronti di loro simili e non si tratta quindi di applicare il concetto di nemico ma qualcosa che lo trascende.

Indottrinamento è la parola chiave.

Quanto sta accadendo alle società nel corso degli ultimi decenni, dell’ultimo secolo, è frutto della loro trasformazione che le rende via via più liberali, tolleranti e più aperte all’integrazione e comunque si voglia porre la questione indubbiamente migliori di generazione in generazione. Quanto soltanto pochi decenni fa era assolutamente non dico inaccettabile ma addirittura inconcepibile nella stragrande maggioranza delle culture occidentali ed orientali oggi è l’assoluta normalità. Empatia e condivisione delle informazioni.

Il mio ottimismo sulla natura profonda dell’essere umano deriva dalla mia profonda convinzione che tanto più l’umanità saprà lasciarsi alle spalle la religione in qualsiasi forma, rendersi laica e svincolata da questa, quanto più il miglioramento aumenterà a ritmi esponenziali.

Se siamo quindi condotti biologicamente ad una moralità di origine e tipo non religioso quanto dobbiamo assolutamente contrastare ed evitare è la demonizzazione di altri gruppi di umani che per diversa religione vengono trattati come disuguali; tra le tante altre cose questa è una delle cause prime che provoca un brusco calo del comportamento empatico. Quanto dobbiamo invece fare è aumentare continuamente il diametro del cerchio degli essere umani con cui provare empatia abbattendo qualsiasi forma di barriera che ci divida a cominciare dal tribalismo delle religioni, delle distinzioni di classe ed ideologiche.

La conoscenza scientifica che abbiamo oggi dell’empatia e la memoria di come le cose siano andate tragicamente male nel passato aiuta nell’impresa e la buona notizia è che, volenti o nolenti, lo stiamo già facendo: fino a 200 anni fa era normale ed accettato avere schiavi (persino dalle menti più illuminate come Voltaire) ed oggi sarebbe considerato barbaro. Anche se pesantemente presente e continuamente serpeggiante per il razzismo è lo stesso. Fino a tutti gli anni ‘70 del XX secolo, in moltissime ex colonie inglesi era un’attitudine padronale normale considerare gli indigeni come essere inferiori, nella migliore delle ipotesi come bambini non in grado di far nulla né di badare a sé stessi se non opportunamente guidati (e sfruttati) dai coloni bianchi: oggi questo è inaccettabile ed impensabile.

Oggi si arriva persino al tentativo di manipolazione strumentale dei dati, con l'ausilio di LLM viziati da bias e altri pregiudizi, per tentare di dimostrare la superiorità razziale.

La nostra attitudine all’empatia con una più società sempre più razionale e tollerante credo ci stia rendendo sempre più morali ed etici di quanto sia mai accaduto prima d’ora.

Ed anche se molte fonti d’informazione e parecchi moralisti affermano che la società sta degradando e precipitando peggiorando di anno in anno a ritmi vorticosi i dati oggettivi dimostrano il contrario.



Molti ricercatori hanno analizzato con cura la messe enorme di dati a disposizione in molti archivi di stato compreso quelli del Dipartimento di Giustizia statunitense e britannico scoprendo che quanto più le società occidentali si allontanano dalla religione quanto più aumenta la civilizzazione. Qui c'è un altro post più o meno in tema.

Negli ultimi 40 anni il numero di stupri è diminuito negli Stati Uniti dell’80% ed il tasso di abusi domestici di varia gravità è calato enormemente sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti e per quanto riguarda il primo il dato sorprende ancora di più visto che contemporaneamente è aumentato moltissimo anche il numero di denunce che seguono il reato che prima era molto più spesso taciuto da parte delle stesse vittime. Calano anche gli abusi sui minori e gli atteggiamenti razzisti, omofobici ed addirittura i reati di maltrattamento degli animali sia in laboratorio che nella quotidianità.

La percezione errata, e cioè che le cose stiano andando nella direzione opposta, dipende dal maggior grado di denuncia e diffusione di notizie relative a reati come questi ma soprattutto dall’aumento del grado di interesse, preoccupazione e disapprovazione che l’essere umano prova oggi rispetto al passato; se ognuno di noi ad esempio pensa che ad esempio la pedofilia stia aumentando è solo perché si fa più attenzione ad episodi del genere e si fa di tutto affinché siano denunciati e perseguiti concorrendo indirettamente alla loro riduzione. Inoltre, un certo tipo di (dis)informazione utilizzando tecniche di cherry picking riportano quasi esclusivamente dati negativi per far credere che quella sia la normalità.

Un altro esempio eclatante deriva dalla scomparsa dei conflitti tra paesi sviluppati e non solo. Persino nei paesi emergenti ai quali spesso si pensa come luoghi in perenne conflitto contro qualche altro paese i numeri dimostrano chiaramente che negli ultimi 20 anni la quantità di conflitti e vittime di questi sono collassati dalla fine della guerra fredda con un numero di morti per guerra che ha raggiunto il minimo storico. In un mondo di 8 miliardi di abitanti mai come prima d’ora una minoranza muore per guerra; nonostante gli oltre 50 conflitti tuttora in corso sulla Terra.

Se siano etica e morale che migliorano, biologicamente svincolate dalle etichette e dalle suddivisioni di stampo per lo più religioso ed ideologico, è per me evidente ed altrettanto indiscutibile che c’è qualcosa nelle società dal libero dialogo, arricchite da informazione libera ed aperta e pronte al dibattito razionale che porta prove crescenti che tutto questo ci spinge nella direzione giusta: una direzione radicata nell’essere umano ed indipendente da qualsiasi forma di indottrinamento.

Cinicamente, è affermabile che la moralità religiosa applicata alla natura umana rappresenta un metodo efficace per mantenere allineato il genere umano, magari con la minaccia dell’inferno o la promessa della vita eterna ma le regole scritte sui santi libri appaiono oggi sempre più obsolete e spesso eticamente inapplicabili.

Statistica e ricerca scientifica mostrano invece che siamo governati da regole nascoste piuttosto logiche che hanno a che fare con ragione ed empatia: a gestire qualsiasi comportamento, e gli estremamente complessi ed evoluti sensi umani. Ancora più importante il fatto che si viva in un’epoca governata dalla razionalità che ci consente di guardare indietro nel passato, che ahimé raramente è usato per apprendere e non ripetere gli stessi errori: ma, per ciascunodei periodi in cui l’essere umano ha assunto comportamenti sbagliati c'è la chiave che ci permette di evitarli e questo è, sicuramente, un progresso concreto e reale perché stiamo vivendo in un mondo che diventa ogni giorno più civilizzato ed attento alle esigenze altrui con l’opportunità di sviluppare nuova moralità. 

Questo è quanto di più eccitante possa esserci nell’appartenere al genere umano.