08 febbraio 2026

Infinitesimi (replay)


Ci avete mai pensato? Esistere è una fortuna che sfida ogni statistica, una lotteria cosmica che abbiamo vinto contro probabilità letteralmente astronomiche. Il nostro genoma possiede talmente tante combinazioni possibili che, rispetto agli esseri umani effettivamente vissuti, siamo il risultato di un evento più unico che raro. Di fronte a questo, come si fa a non sentirsi stupiti della propria esistenza? Eppure, accanto al senso di meraviglia, si insinua anche un curioso disagio: quello di immaginare la propria non-esistenza, di pensare a un mondo in cui non abbiamo mai fatto la nostra comparsa.

È difficile accettare di essere semplici dettagli, irrilevanti per la realtà, eppure questa consapevolezza ci aiuta forse a vedere la vita per quello che è: un intervallo, fragile e contingente, tra due eternità di nulla. La sensazione che la realtà dipenda da noi è una dolce illusione, ma ricordare che il mondo si è sempre arrangiato senza di noi – e lo farà anche dopo – può essere sorprendentemente liberatorio. Se la nascita è un caso, la morte è una certezza: e in questo spazio effimero che chiamiamo “esistenza” risiede tutta la nostra irripetibile avventura.

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Per quasi tutti noi il passato si ferma un paio di generazioni fa: quanti di noi conoscono il nome di tutti i loro bisnonni? Eppure se abbiamo certe caratteristiche lo dobbiamo a loro. E le genealogie si moltiplicano: due genitori, quattro nonni, otto bisnonni e così via. E ognuno di loro aveva a sua volta otto bisnonni…Venti generazioni, più o meno due secoli e mezzo, fa 220 antenati: un milione circa. E nel DNA di ognuno di noi c’è un milionesimo del loro DNA. Pochissimo, dal punto di vista strettamente genetico, ma molto da altri punti di vista. Siamo elementi di una continuità genealogica che proviene dalle profondità del tempo e si estenderà nel futuro, se non saremo così stupidi da compromettere la nostra stessa sopravvivenza.

Alla fine del 2022 la popolazione mondiale ha superato la soglia degli 8 miliardi di individui, il 7% vivente dei circa 114 miliardi di tutti gli esseri umani che hanno mai abitato il nostro pianeta. Dai 4 milioni di circa 10.000 anni fa, all’inizio della rivoluzione agricola, l’umanità è salita gradualmente a circa 800 milioni al momento della prima rivoluzione industriale, avvenuta solo due secoli fa. In confronto all’arco temporale della storia umana, che abbraccia più di due milioni di anni, l’incremento del numero di persone sulla Terra si è verificato principalmente negli ultimi due secoli, risultando in una concentrazione senza precedenti.

Attualmente, la sensazione diffusa è quella di vivere in un ambiente urbano frenetico, con metropoli che superano facilmente i 20 milioni di abitanti. Le stime dei paleo-demografi suggeriscono che circa 100.000 anni fa, la nostra specie consisteva in poche decine di migliaia di individui organizzati in gruppi di dimensioni ridotte, spesso non superiori al centinaio. Gli incontri con altri gruppi erano rari in quel periodo. La maggior parte degli esseri umani abitava in Africa, la culla dell’umanità, ma alcuni iniziavano già a spostarsi verso altri continenti. È interessante notare che, nonostante i sapiens non fossero gli unici esseri umani intelligenti sulla Terra, le altre specie diversamente umane erano presenti in modo più discreto.

Ciò nonostante, in termini cosmici la mia esistenza non ha senso: o meglio l’unico senso della mia esistenza è il fatto stesso che io esisto. Lo scopo della mia vita? «Lo scopo è vivere». Una tautologia che vale sempre la pena di tenere a mente.

Quindi, dal punto di vista del cosmo, la mia esistenza non ha un senso né uno scopo né alcuna necessità (non c’è da vergognarsene – varrebbe lo stesso anche per dio, se dio esistesse). Io sono qualcosa di accidentale, di contingente. Avrei potuto benissimo non esistere.

“Benissimo” quanto? Facciamo un piccolo calcolo. Appartengo alla razza umana e perciò possiedo un’entità genetica precisa. Il genoma umano consiste di circa trentamila geni attivi. Ognuno di essi ha almeno due varianti, o alleli. Quindi, il numero di identità geneticamente distinte che il genoma può codificare è pari ad almeno 2 elevalo alla trentamilesima – a spanne, 1 seguito da diecimila zero. È il numero degli individui potenziali permesso dalla struttura del DNA.

E quanti individui potenziali sono esistiti davvero? Secondo le stime, da quando esiste la nostra specie, sono nati circa 100 miliardi di esseri umani. Questo significa che la frazione di esseri umani geneticamente possibili venuti al mondo è meno di 0,00000…000001 (inserire circa 9.979 zeri al posto del puntini). La stragrande maggioranza degli umani geneticamente possibili è fatta di spettri non ancora nati[1].

Ecco quale fantastica lotteria ho dovuto vincere – e voi con me – perché la mia candelina si accendesse. Se non è il massimo della contingenza, poco ci manca.

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Non riesco a non sentirmi meravigliato di esistere – e che l’universo sia riuscito a produrre i pensieri che ribollono adesso nel flusso della mia coscienza.

Tuttavia lo sconcerto che provo pensando alla mia improbabile esistenza ha un curioso contrappunto: la difficoltà di immaginare la mia pura non-esistenza. Perché è così difficile immaginare un mondo senza me, un mondo in cui non ho mai fatto la mia comparsa? In fondo so di essere un dettaglio tutt’altro che necessario della realtà. Con una visione del genere è più facile accettare la vita come un intervallo contingente tra due infiniti di non esistenza. O accettare la morte se volete.

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Lo so: la sensazione che la qualcosità del reale dipenda dalla mia esistenza è un’illusione egocentrica. Ma non perde il suo notevole fascino neanche se la considero tale. Come posso restarne immune? Forse tenendo bene a mente che il mondo se l’è cavata benissimo senza di me per secoli e secoli, prima del mio improbabile e improvviso risveglio dalla notte dell’incoscienza, e che continuerà a cavarsela senza intoppi anche dopo il mio prossimo ed inevitabile momento in cui a quella notte farò ritorno.

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Se la mia nascita è accidentale, la mia morte è una necessità. E non posso non pensare alle parole del grande Jacques Monod.



[1] NdR: e che non avranno mai modo di nascere.

 

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