Più volte su queste pagine ho messo in evidenza come, ancora oggi, in piena indiscutibile crisi climatica, col termine decarbonizzazione che appare ovunque e comunque, l’analisi della situazione attuale mette chiaramente in luce una gestione politica carente, come sottolineato dai più recenti rapporti dell’IPCC (AR5 del 2014 e AR6 del 2021-22), che denunciano con forza l’inazione dei governi e la loro incapacità di assumersi la responsabilità di un cambiamento concreto: una gestione che ho definito fallimentare. Le promesse fatte durante le conferenze internazionali, come le varie COP, restano spesso lettera morta, evidenziando un divario drammatico tra la realtà fattuale e la percezione dei politici, che dovrebbero invece essere i primi a vigilare sul futuro dei paesi di appartenenza ma con un approccio globalista, e a possedere una conoscenza approfondita delle problematiche ecologiche e climatiche. Un futuro plasmato insieme dal riscaldamento globale e dal rapido declino geologico di petrolio, gas e carbone, più che da scelte politiche graduali e reversibili, affiancato a mancanza di volontà e di sapere: riflesse nelle campagne elettorali, dove il tema dell’emergenza climatica è quasi del tutto assente, e nelle scelte tecnologiche, come la fiducia riposta nella mobilità elettrica di massa, nell’idrogeno, nella biomassa e nei biocarburanti, senza una reale comprensione dei limiti e delle lacune di tali soluzioni.
Anche se studi autorevoli dimostrano che persino un paese come il nostro può decarbonizzare e rendersi indipendente dalle fonti fossili, la domanda è: ma quanta energia potenziale sarà disponibile? Potremo, ad esempio, elettrificare tutto il parco veicoli, trasporto pesante compreso? (spoiler: no). Cosa potremo tenere acceso e cosa dovremo necessariamente spegnere o ridurre? Insomma, la decarbonizzazione non è affatto felice e guarda un po’, tutti i discorsi fatti a proposito della crisi climatica e delle sue conseguenze passano, apparentemente, in secondo piano; perché, se da una parte gli scenari climatici saranno meno impattanti di quel che è stato modellato, dall’altra le fonti fossili di energia (a iniziare dal petrolio, seguito a ruota da gas naturale e carbone) diventeranno via via sempre meno disponibili. Non perché si esauriranno completamente (cosa che comunque accadrà), quanto perché da un lato le pressioni sul fronte della indispensabile e necessaria riduzione delle emissioni di gas serra spingeranno affinché se ne brucino sempre meno, e dall’altro sarà sempre meno redditizio estrarle e trasportarle, anche in conseguenza della domanda in costante calo. In altre parole, comparato a quel che accadrà alla temperatura media del pianeta da qui a 50 o anche 100 anni, quello delle fonti energetiche è il problema più serio[1].
In questo contesto, è fondamentale respingere l’inazione, il fatalismo e promuovere un’azione concreta e consapevole, anche nel proprio piccolo, come suggerito dalla spinta gentile descritta da Irene Ivoi nel suo libro “La cerniera. La spinta gentile al servizio della sostenibilità”. Solo una conoscenza totale può generare la coscienza necessaria per affrontare gli anni a venire, preparandoci a scenari che potrebbero vederci disorientati e privi di beni essenziali se non si agisce per tempo. Con prudenza però, perché se c’è qualcosa di davvero complesso, gli scenari climatici sono in testa alla classifica: riscaldamento globale ed esaurimento dei combustibili fossili sono problemi interconnessi, nessuno può prevedere con certezza gli effetti delle crisi multiple. Resta comunque indispensabile cambiare, perché ormai non è solo auspicabile, ma necessario.
L’acclarato (quanto negato) declino del petrolio, e sua fine, (a seguire gas e carbone), signore e padrone del funzionamento delle nostre società, porterà una lunga serie, per usare un eufemismo, di…problematiche. Secondo qualcuno siamo appena all’inizio del cosiddetto picco del petrolio, che indica il momento in cui l'estrazione mondiale di petrolio raggiunge il massimo livello storico, per poi iniziare un declino definitivo: non l’esaurimento totale come predetto, ma la fine della produzione a basso costo. Ed è sulla base di ciò che prenderò in considerazione come esempio, soltanto uno degli aspetti di queste problematiche future: l’elettronica e il digitale, che appaiono ancora, nella mente dei politici e non solo, come un’evidenza eterna, allineato ai rimedi miracolosi con cui immaginano si risolverà il tutto.
Elettronica ovunque
Ognuno di noi conosce ciò che è
necessario per produrre degli strumenti digitali, e la lista a seguire non è
completa. Che si tratti di un personal computer, portatile o meno, uno
smartphone, una macchina fotografica o una video camera, un display per
qualsiasi scopo, anche riportare arrivi e partenze dei treni alla stazione, o
ancora un dispositivo diagnostico come un ecografo, tutto ciò necessita di microprocessori,
chip, schede madri, magneti, schermi, pannelli di vetro, saldature, connessioni
elettriche, diodi elettroluminescenti, optoelettronica come le fibre ottiche, alluminio
rinforzato e altro ancora (altra lista incompleta). A cui aggiungere i prodotti
derivati e a corollario: batterie, hard
disk, modem di collegamento a Internet, dispositivi touch screen, carte di
credito, lampadine a LED, nonché i già citati strumenti diagnostici medici come
scanner, per risonanze magnetiche, elettrocardiogrammi, tomografie ed ecografi.
Un pianeta finito ha risorse
finite
La criticità o la scarsità di una
ventina di elementi[2]
necessari all’elettronica-informatica riguarda prevalentemente il periodo che
qualcuno ritiene ormai imminente, prima del 2040 addirittura, con elementi ad
alto rischio come lo stagno, l’argento, l’oro, l’antimonio, il gallio, l’indio
e il terbio, e il periodo a cavallo della metà del secolo per altri quattro
elementi, tra cui il rame.
Anche se le quantità di tali
elementi utilizzate in un singolo apparecchio informatico sono generalmente
minime, occorre considerare che appena dieci anni fa c’erano 2,4 miliardi di
computer in uso nel mondo e 3,3 miliardi di smartphone, che oggi sono 7,5
miliardi, di cui circa 7 attivi! Nel 2018 c’erano 20 milioni di fotocamere
digitali, e nel 2021 un miliardo di telecamere di sorveglianza, senza contare
quelle private, per un totale di quasi sette
miliardi di dispositivi digitali, in crescita continua, cosa che rende
tutt’altro che irrilevante il consumo di materie prime.
Altre fonti di consumo esponenziale di metalli e minerali preziosi sono quelle delle marmitte catalitiche, che contengono oro, argento, palladio, platino e cerio; i pannelli solari, che consumano argento e grandi quantità di silicio, estratto principalmente dalla sabbia: siamo riusciti a rendere critico un materiale che credevamo infinito.
A tale proposito va detto che fra
tutti i materiali che estraiamo dalla Terra (minerali grezzi e petrolio, rame e
argilla, gemme e carbone, bauxite e scisto) soltanto l’acqua supera la sabbia e
la ghiaia quanto a volume prelevato. Per sabbia e ghiaia si tratta di 50
miliardi di tonnellate all’anno, destinate per lo più alla produzione del
cemento. Usandole per costruire un muro attorno all’equatore, esso sarebbe alto
27 metri e largo altrettanto[3].
E l’elenco procede con turbine
eoliche, che pure richiedono silicio, zinco, manganese, rame, piombo e cobalto;
ma anche la produzione esponenziale di fibra ottica,
ottenuta dalla preziosa silice (per non parlare dei semplici vetri delle nostre
abitazioni), o dei fili di plastica che le contengono, prodotti del petrolio. Per
quanto riguarda la scarsità di fibra ottica, è già qui. Utilizzata
prevalentemente nelle telecomunicazioni, è impiegata anche nell’illuminazione a
LED ed è indispensabile nella medicina e nella chirurgia endoscopiche. C’è
stata un’esplosione della domanda di fibra ottica. Nel 2017 il consumo mondiale
ha superato i cinquecento milioni di chilometri ed è la Cina, che sta
rapidamente ampliando le sue infrastrutture di telecomunicazione, il paese che consuma
più della metà delle scorte. C’è già qualcuno che sta pensando di mitigare la
cosa mantenendo o reinstallando i vecchi sistemi di comunicazione laddove la
fibra ottica non sia necessaria, e qualcun altro maledice la dismissione e
l’abbandono delle linee di comunicazione telefoniche analogiche via cavo, fax
compresi. Un aneddoto. Un mio anziano parente non volle passare alla fibra
ottica per Internet quando lo avvisai che, in caso di mancanza di energia
elettrica, avrebbe perso anche la possibilità di telefonare.
L’86% della produzione mondiale d’oro è usato dalle industrie della gioielleria e dell’oreficeria, con un riciclo in costante aumento. Considerando che se questi settori dovessero subire una battuta d’arresto, visto che si tratta di prodotti piuttosto superflui, la scarsità di questo metallo potrebbe rallentare o arrestarsi.
E il riciclo? Purtroppo non sarà
in grado di soddisfare l’aumento della domanda mondiale e resterà inferiore al
20-30% degli approvvigionamenti necessari. Per quanto riguarda i componenti
elettrici ed elettronici, secondo un recente rapporto dell’ONU, meno del 25% del materiale elettronico dismesso viene
correttamente raccolto e riciclato, a fronte dei 62 milioni di tonnellate di
rifiuti elettronici prodotti nel 2022: un triste record, con un aumento
dell'82% rispetto al 2010. Il fenomeno è aggravato dal malcostume della
cosiddetta obsolescenza
programmata.
Tutti medici di campagna, e a
dorso di mulo
L'industria elettronica si
troverà quindi in seria difficoltà entro un paio di decadi: diventa
fondamentale quindi migliorare e potenziare il riciclo, la sostituzione, il
risparmio di materiali in altri settori e confidare nelle innovazioni che
verranno da ricerca e tecnologia. Ma sarà molto probabilmente soltanto un modo
per posticipare la cosa perché c’è una serie di ostacoli che minacciano
seriamente la possibilità di continuare la tecnologia digitale già a partire
dalla seconda metà di questo secolo. Il resto del mondo è ad oggi strettamente
dipendente dalla Cina per la maggior parte della produzione delle terre rare: così,
mentre la Cina dipende dagli Stati Uniti per l’importazione di chip di ultima
generazione, la maggior parte dei paesi dipende dalla Cina per le proprie
apparecchiature digitali, che si tratti di magneti, batterie o elettronica. In
secondo luogo nulla e nessuno possono assicurare la necessaria stabilità
geopolitica e finanziaria tali da garantire che offerta e domanda restino
stabili.
Dopo aver vissuto a lungo nell’illusione di un’eterna disponibilità di petrolio e altri idrocarburi, oggi ci culliamo, senza porci domande, nell’illusione dell’eternità dei veicoli elettrici e dell’elettronica. Ma ciò non accadrà.
La crisi. Quale delle due?
La crisi climatica, il
riscaldamento globale? Non sembra siano più un gran problema, l’aumento di
temperatura non sarà poi così disastroso, per lo meno non per il nord del mondo, e il motivo è che già a partire dalla
seconda metà del XXI secolo le emissioni di gas serra diminuiranno, dapprima
perché non ci sarà più tutto il petrolio attuale da bruciare, poi il gas, e
infine il carbone. E non tanto perché le riserve saranno state prosciugate,
quanto perché (e la corsa a non investire da parte delle banche è già iniziata)
estrarlo e trasportarlo sarà sempre meno lucrativo.
La deflazione degli idrocarburi,
e in particolare la fine prematura dello sfruttamento del petrolio, provocherà
una gravissima crisi economica, con conseguenze molto pesanti sui nostri mezzi
di sussistenza e sulla loro precarietà. Allo stesso tempo sarà evidentemente
benefica, perché affosserà un gran numero di industrie che smetteranno così di
emettere CO2 e altri inquinanti, rallenterà l’acidificazione degli
oceani, metterà fine all’agro-allevamento industriale[4]
e al suo ingente consumo e inquinamento delle acque, alla degradazione
qualitativa dei suoli, al loro compattamento che ostacola l’attività biologica
e alla conseguente riduzione dei nutrienti, pulirà gradualmente le acque
fluviali a vantaggio di una pioggia più pura che le rinvigorirà. Tutti questi
vantaggi cumulati salveranno miliardi di vite, che non sarebbero sopravvissute
con altri scenari di emissioni fuori controllo, o che ne avrebbero sofferto
molto.
Un destino migliore che non dobbiamo in alcun modo all’intervento dei governi, i quali anno dopo anno non fanno che peggiorare lo stato del mondo, bensì esclusivamente ai vincoli geologici che la natura ci impone. Un destino migliore ma molto difficile.
I più penalizzati? Ovviamente noi occidentali, i ricchi del mondo, quei pochi punti percentuali di umanità che inquina, consuma e spreca tanto quanto la stragrande maggioranza degli umani di questo pianeta.
Questa interruzione, che bisogna assolutamente rendere provvisoria, è già in corso in Europa e si estenderà al resto del mondo.
Quando in realtà ora più che mai
è importante agire, respingere la negazione, non cedere al fatalismo ed
esortare i nostri responsabili a pensare e
concepire realmente questo futuro
– anziché limitarsi a rivolgergli uno sguardo rapido e senza seguito –, e
prevederne poi le conseguenze per poter lavorare a mitigare i traumi che ne deriveranno,
che si tratti di preparare le nostre nuove mobilità, ricomporre i nostri
territori e le nostre culture, rilanciare l’artigianato, difendere i mezzi di
comunicazione e l’illuminazione del passato. Spingere all’azione concreta.
Manca una volontà politica,
sottolinea IPCC, che veda come noi, COP
dopo COP,
i governi del mondo fare promesse che poi non mantengono. Governi che mancano
non solo di questa volontà, ma anche di una conoscenza approfondita della
situazione e delle gravi carenze delle soluzioni proposte, sulle quali si
appoggiano senza ulteriori riflessioni. Una gestione, finora, che appare
piuttosto fallimentare.
Questo sconvolgimento ci
proietterà inevitabilmente in un altro mondo,
dopo un secolo trascorso, per quanto riguarda i paesi più avvantaggiati, in una
condizione di comfort e crescita quasi eccessivi. Un nuovo mondo e uno stile di
vita di fronte ai quali saremo disorientati, impreparati, inadatti, persino
minacciati, se non avremo compiuto gli sforzi di previsione necessari,
ma essenzialmente vivi. Vivi, ma in mancanza di beni di prima necessità, a
cominciare dagli alimenti e dall’acqua, che scarseggeranno in molte parti del
mondo. Per non parlare della scarsità o assenza di qualsiasi altro tipo di bene
non essenziale.
E se…
Ma quanto sono realistiche queste
analisi?
Il climatologo Luca Mercalli
cerca di mediare: «Condivido gli inviti volti a un aumento della resilienza
per un futuro con diminuzione dei combustibili fossili. Tuttavia non
prenderei gli scenari dell’IPCC con la precisione del decimo di grado, visto
che sono ordini di grandezza, ma anche 2-3 gradi in più rischiano di
consegnarci a un pianeta ostile; e soprattutto sottolineo il fatto che nessuno
conosce la possibilità di attivazione dei punti
di non ritorno, quindi potrebbe verificarsi uno ‘scenario peggiore’
inedito anche con aumenti termici più limitati. Insomma», continua
Mercalli, «è vero che probabilmente non c’è abbastanza materiale fossile per
far aumentare il CO2 fino al limite del caso peggiore, come afferma IPCC,
ma nessuno conosce l’effetto di combinazione multipla di varie crisi, se non
che porterebbero a conseguenze mai viste. Tutto suggerisce la prudenza
nell’interagire con i delicati meccanismi planetari, indipendentemente dal
sindacare su un decimo di grado in più o in meno». Molti scenari inoltre
sono stati ipotizzati prima della retromarcia
sul clima di Trump. In sintesi, conclude il climatologo, «avremo tutti e due
i problemi: riscaldamento globale ed esaurimento dei combustibili fossili. Uno
non deve coprire l’altro, ma non possiamo non ricordare che risolvendone uno
(con le energie rinnovabili), si risolve anche l’altro».
Posizione quest’ultima, per me,
forse troppo ottimistica. Per dirla come raccomanda un altro famoso climatologo
italiano, Antonello Pasini, nel suo recente libro “La sfida climatica. Dalla scienza alla politica: ragioni per il cambiamento”, la
climatologia è scienza assai complessa: prudenza
dunque.
Di fronte a questi scenari di realismo energetico quindi, ripeto, cambiare comunque non è solo auspicabile, ma necessario.
In definitiva, è fondamentale sottolineare questo aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: non saranno soltanto le politiche ambientali o le innovazioni tecnologiche a frenare la crescita delle emissioni di gas serra, ma piuttosto la stessa scarsità dei combustibili fossili. È proprio il progressivo esaurimento di queste risorse, pilastro della nostra economia e società, a rappresentare il vero limite fisico alla corsa dei modelli climatici verso scenari sempre più drammatici. Questo dato di realtà, tuttavia, pone di fronte a un paradosso: se da un lato la diminuzione forzata delle emissioni potrebbe mitigare alcuni effetti del cambiamento climatico, dall’altro la crisi economica globale che deriverà dalla fine dell’era fossile rischia di essere ancora più devastante e dirompente per le nostre società. In altre parole, la soluzione naturale al problema delle emissioni potrebbe portare con sé conseguenze economiche e sociali ben più gravi di quelle generate dalla crisi climatica stessa.
[1] A corollario di tutto ciò va detto che la necessaria ed auspicata riduzione delle emissioni di gas serra sarà coadiuvata, paradossalmente, proprio dalla diminuzione delle materie prime che li generano
[2] piombo, parzialmente riciclabile; stagno, non sostituibile; zinco; argento, non sostituibile; antimonio; ittrio; arsenico; gallio: già critico oggi; indio; palladio, sostituibile con rame e nichel; oro, sostituibile con il platino; lantanio: a criticità alta; terbio; gadolinio; stronzio; silicio; elio. A tutto ciò si aggiungano rame, selenio, tantalio e disprosio.
[3] È un processo geologico su scala globale: vengono scavati grossi buchi poi riempiti d’acqua, altrove si innalzano città, ponti e fabbricati di numerosi piani. Con il passare del tempo questi edifici crolleranno e i granelli di cemento saranno dilavati verso il mare, finendo sul fondo dei fiumi verranno arrotondati, frantumati nuovamente nei materiali che li compongono e schiacciati in sedimenti.
[4]
Senza trattori, impensabile come potrebbe essere
possibile gestire appezzamenti estesi per dozzine e centianaia di ettari? L'elettrificazione dei motori dei trattori è oggi un settore d'avanguardia, e per il futuro potrebbero comunque esserci carenze di potenza disponibile. Solo l'Italia possiede circa 2 milioni di trattori, a cui affiancare decine di migliaia di altre macchine agricole.
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