Lettera aperta degli scienziati del clima al Consiglio Nordico dei Ministri - Le conseguenze del possibile collasso dell'AMOC.

[Nota - Proprio mentre stavo completando questo post, l’amico Aldo Piombino sul suo blog pubblicava più o meno quanto stavo andando a fare. Oltre al piacere di sapermi nel novero di quanti ci hanno pensato, non mi resta altro che completare il lavoro e sottoporvelo, anche perché i media, di questa cosa, non ne stanno praticamente parlando]

 

I media, per ora, tacciono. Salvo pochi siti specialistici o vicini ai paesi a cui è principalmente indirizzata, non si trovano notizie. Al contrario di quel che accadde nel 2019 quando venne fuori la famigerata lettera dei 500 che, con gran clamore, annoverava ben 500 scienziati tra i firmatari che, in breve, negavano del tutto il cambiamento climatico. E come non ricordare il clamore mediatico che se ne fece, amplificato dalla grancassa dei social. Come un disco rotto la si citava dappertutto, poi dice che dietro il negazionismo climatico non ci sia una strategia. Peccato che allora di quei 500, supposto che ci fossero davvero, nessuno apparteneva ai necessari settori di ricerca e di competenza per poter commentare fatti e dati, esprimere ipotesi e produrre teorie e modelli scientifici concreti. Di contro, si guardi in coda al post l’elenco di questi 40 firmatari, le materie e gli istituti di ricerca di provenienza dei firmatari di questa lettera. I cui curricula mi sono preso la briga di riportare in collegamento, uno per uno.

 

Pubblico quindi la traduzione della lettera siglata da 40 scienziati del clima. Il Consiglio Nordico dei Ministri, istituito nel 1971 è l'organizzazione intergovernativa istituita da Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Finlandia e dai loro territori autonomi (Groenlandia, Faroe e Åland) nel quadro della cooperazione nordica. Si tratta di un insieme di consigli che riuniscono i ministri di ciascun paese su un argomento specifico.

 

Dell’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), di cui la Corrente del Golfo fa parte, e dei relativi rischi dati dal suo collasso ne ho accennato qui, e del suo equivalente nel Pacifico qui. Per un approfondimento ed un viaggio appassionante lungo la corrente cito il bel libro di Lorenzo Colantoni che ho avuto il piacere di leggere e recensire per la rubrica Sigea “La scienza e la tecnica raccontate”. Qui la recensione che contiene, come sempre, un mio approfondimento.

 

Insomma, come ho già avuto modo di dire, siamo al tipping point.



Lettera aperta degli scienziati del clima al Consiglio Nordico dei Ministri

Reykjavík, ottobre 2024

Noi  sottoscritti, scienziati che lavorano nel campo della ricerca sul clima, riteniamo urgente richiamare l'attenzione del Consiglio Nordico dei Ministri sul preoccupante rischio di un grave cambiamento della circolazione oceanica nell'Atlantico. Una serie di studi scientifici condotti negli ultimi anni indica come questo rischio sia stato finora notevolmente sottovalutato. Un tale cambiamento della circolazione oceanica avrebbe impatti devastanti e irreversibili soprattutto per i paesi nordici, ma anche per altre parti del mondo. 



 Variazione media annua della temperatura in uno scenario futuro idealizzato di raddoppio delle emissioni di CO2 in cui l'AMOC è completamente collassato. Da notare l'effetto collaterale di ampliamento del cosiddetto "blob freddo" dell'Atlantico settentrionale e artico. Fonte: Science.

La scienza conferma sempre più che la regione artica è strategica [NdA: “ground zero” nell’originale per la modellazione dei rischi climatici da punto di non ritorno [NdA: “tipping point”] e per la regolazione del clima in tutto il pianeta. In questa regione, la calotta glaciale della Groenlandia, il ghiaccio marino del Mare di Barents, i sistemi di permafrost boreale, la formazione di vortici subpolari in acque profonde e il “Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica” [NdA: Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC)] sono tutti fenomeni vulnerabili a causa di importanti cambiamenti non lineari interconnessi tra loro. L'AMOC, il meccanismo dominante del trasporto verso nord del calore nell'Atlantico settentrionale, determina le condizioni di vita di tutte le persone nella regione artica e oltre ed è sempre più a rischio di superare un punto di non ritorno.  

I rischi di punto di non ritorno sono reali e possono verificarsi nell'intervallo climatico di 1,5-2 °C stabilito dall'Accordo di Parigi. Il mondo si sta attualmente dirigendo ben oltre questo intervallo (> 2,5 °C). Nel rapporto di sintesi dell'IPCC (2023) si afferma con elevata sicurezza che la probabilità di cambiamenti bruschi o irreversibili nel sistema climatico aumenta con il livello di riscaldamento globale, e allo stesso modo aumenta la probabilità di esiti che possono essere considerati a bassa probabilità ma sono associati a impatti negativi potenzialmente molto ampi. L'IPCC inoltre, specifica che «i rischi associati a eventi singolari su larga scala o punti di non ritorno ... si trasformano in rischio elevato nel caso in cui si passi all’intervallo 1,5 °C-2,5 °C» di riscaldamento globale.

Un recente rapporto dell'OCSE [NdA: 2021] ha concluso che «le attuali prove scientifiche sostengono inequivocabilmente l’urgenza con cui che dovranno essere intraprese ambiziose contromisure per contrastare i rischi i rischi dati dai punti di non ritorno del sistema climatico».

Per quanto riguarda il rischio di collasso della circolazione oceanica nell'Atlantico, l'IPCC conclude [NdA: Sesto rapporto, 2022] che «c'è un grado medio di confidenza [NdA: “medium confidence”] che l’AMOC non collasserà bruscamente prima del 2100, ma se ciò dovesse verificarsi, molto probabilmente causerebbe bruschi cambiamenti nei modelli meteorologici regionali e grandi impatti sugli ecosistemi e sulle attività umane».  

Recenti ricerche successive all'ultimo rapporto dell'IPCC suggeriscono che l'IPCC abbia sottovalutato questo rischio e che il superamento di questo punto di non ritorno sia una seria possibilità già nei prossimi decenni.

Nonostante le significative ricerche sulla possibilità e sui meccanismi di un collasso, la probabilità di un tale evento rimane altamente incerta. Lo scopo di questa lettera è quello di attirare l'attenzione sul fatto che solo la “media confidenza” nel fatto che l'AMOC non collassi non è rassicurante, e lascia chiaramente aperta la possibilità di un collasso dell'AMOC durante questo secolo. E c'è una probabilità ancora maggiore che un collasso possa innescarsi in questo secolo, ma si manifesti pienamente solo nel prossimo

Alla luce delle crescenti prove di un rischio più elevato di collasso dell'AMOC, riteniamo che sia di fondamentale importanza che i rischi da punto di non ritorno nell'Artico, in particolare il rischio AMOC, siano presi sul serio nella governance e nella politica. Anche con una probabilità media di accadimento, dato che l'esito sarebbe catastrofico e avrebbe un impatto sull'intero mondo per i secoli a venire, riteniamo che sia necessario fare di più per ridurre al minimo questo rischio.  

Gli impatti, in particolare sui paesi nordici, sarebbero probabilmente catastrofici, tra cui un forte raffreddamento nella regione, mentre le regioni circostanti si riscaldano (si veda la figura). Ciò costituirebbe un allargamento e un approfondimento della "macchia fredda" [NdA: “cold blob”] che si è già sviluppata sull'Oceano Atlantico subpolare, e probabilmente porterebbe a condizioni meteorologiche estreme senza precedenti. Sebbene gli impatti sui modelli meteorologici, sugli ecosistemi e sulle attività umane necessitino di ulteriori studi, essi potrebbero potenzialmente minacciare la redditività dell'agricoltura nell'Europa nordoccidentale.

È probabile che molti altri impatti si facciano sentire a livello globale, tra cui uno spostamento delle cinture pluviometriche tropicali, una riduzione dell'assorbimento di biossido di carbonio negli oceani (e quindi un aumento atmosferico più rapido), nonché un ulteriore innalzamento del livello del mare, in particolare lungo la costa atlantica americana, e uno sconvolgimento degli ecosistemi marini e della pesca

Riconoscendo che l'adattamento a una catastrofe climatica così grave non è un'opzione praticabile, esortiamo il Consiglio Nordico dei Ministri ad (a) avviare una valutazione di questo rischio significativo per i paesi nordici e (b) adottare misure per ridurre al minimo questo rischio il più possibile. Ciò potrebbe comportare sfruttare la forte posizione internazionale dei paesi nordici per aumentare la pressione per una maggiore urgenza e priorità nello sforzo globale per ridurre le emissioni il più rapidamente possibile, al fine di rimanere vicini all'obiettivo di 1,5 °C fissato dall'accordo di Parigi.

Cordiali saluti, i firmatari    

Link all'originale della lettera

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I firmatari, in ordine alfabetico
. Fin dalla Tasmania e dalla Cina, nemmeno un italiano. Che tristezza.


Prof. Guðfinna Th Aðalgeirsdóttir, University of Iceland, Faculty of Earth Science
Prof. Nathan Bindoff, University of Tasmania, Australia
Dr. Halldór Björnsson, Icelandic Met Office, Iceland
Prof. Andreas Born, Bjerknes Centre for Climate Research and University of Bergen, Norway
Prof. Niklas Boers, Potsdam Institute for Climate Impact Research & Technical University of Munich, Germany
Dr. Rei Chemke, Weizmann Institute of Science, Israel
Dr. Lijing Cheng, Institute of Atmospheric Physics, Chinese Academy of Sciences
Prof. John Church, University of New South Wales, Australia
Dr. Femke de Jong, NIOZ Royal Netherlands Institute for Sea Research, Netherlands
Prof. Peter Ditlevsen, University of Copenhagen
Prof. Sybren Drijfhout, University of Utrecht, Netherlands; University of Southampton, UK
Prof. Matthew England, University of New South Wales, Australia
Dr. Georg Feulner, Potsdam Institute for Climate Impact Research, Germany
Dr. Kikki Flesche Kleiven, Bjerknes Centre for Climate Research, Norway
Prof. Áslaug Geirsdóttir, University of Iceland, Faculty of Earth Science, Iceland
Dr. Sjoerd Groeskamp, NIOZ Royal Netherlands Institute for Sea Research, Netherlands
Prof. Steingrímur Jónsson, University of Akureyri and Marine and Freshwater Research Institute, Iceland
Prof. Caroline Katsman, Civil Engineering and Geosciences, Delft University of Technology, Netherlands
Dr. Torben Koenigk, Rossby Centre, Swedish Meteorological and Hydrological Institute, Sweden
Prof. Joseph Henry Lacasce, University of Oslo, Norway
Prof. Tim Lenton, University of Exeter, UK
Prof. Anders Levermann, Potsdam Institute for Climate Impact Research, Germany
Prof. Wei Liu, University of California Riverside, USA
Prof. Gerrit Lohmann, Alfred Wegener Institute, Germany
Prof. Michael Mann, University of Pennsylvania, USA
Dr. Gerard McCarthy, Maynooth University, Ireland
Dr. Elaine McDonagh, NORCE and Bjerknes Centre for Climate Research, Norway, & National Oceanography Centre, UK
Prof. Trevor McDougall, University of New South Wales, Australia
Dr. Joonas Merikanto, Finnish Meteorological Institute, Finland
Prof. Sebastian Mernild, SDU Climate Cluster, University of Southern Denmark
Prof. Ulysses Ninnemann, Bjerknes Centre for Climate Research and University of Bergen, Norway
Prof. Stefan Rahmstorf, Potsdam Institute for Climate Impact Research, Germany
Prof. Markus Rex, Alfred Wegener Institute, Germany
Prof. Katherine Richardson, University of Copenhagen, Denmark
Prof. Johan Rockström, Potsdam Institute for Climate Impact Research, Germany
Dr. Anastasia Romanou, NASA Goddard Institute for Space Studies, and Columbia University, USA
Prof. Angel Ruiz-Angulo, University of Iceland, Faculty of Earth Science
Prof. Thomas Stocker, University of Bern, Switzerland
Dr. Didier Swingedouw, French National Center for Scientific Research (CNRS), France
Prof. David Thornalley, University College London, UK
Prof. Petteri Uotila, University of Helsinki, Finland
Prof. Yulia Yamineva, University of Eastern Finland, Finland
Dr. Chenyu Zhu, Institute of Atmospheric Physics, CAS, China




Considerazioni sull'evoluzione umana


Introduzione
Lo so, sto un po’ in fissa con questa cosa, ma continuo a trovare documentazione aggiornata che insiste nel riportare quest’immagine, persino in un libro di testo per la scuola media edito soltanto un paio d’anni fa! Insomma, va bene che si fa fatica ad accettare quanto la moderna paleoantropologia, la genetica molecolare e/o l’archeologia ci raccontano da meno di dieci anni, va bene capire la fatica di riscrivere quanto fino a poco fa si considerava accettabile, ma è proprio questo uno dei ruoli della scienza: rivedersi. Per quanto riguarda la fissa suddetta qui, ma soprattutto qui, potrete trovare altri post sull’argomento.

Schema di classificazione delle catarrine esistenti (in inglese ape e monkey indicano rispettivamente primati di grandi dimensioni, come i gorilla o gli scimpanzè, e le piccole scimmie) - Science, 2010

L'immagine dell'evoluzione umana rappresentata in quel modo lineare, progressivo, in cui c'è un nostro presunto antenato molto simile a una scimmia che si trasforma gradualmente e lentamente in un essere umano, è solo una ricostruzione semplicistica che vede sempre come culmine all'estrema destra di questa carrellata di nostri parenti un Homo sapiens, tra l’altro sempre un maschio bianco; un’icona considerata all'apice della storia umana. Si fa fatica ad accettare che sia sbagliata perché quella sbagliata è un'immagine che ci gratifica, affascina, colpisce e consola. La grande iconografia della speranza umana che quella è la storia, la giusta conclusione del percorso che, necessariamente, doveva condurre fino a noi. E soprattutto è un modello semplicissimo, persino i bambini lo capiscono: poche idee chiare e dirette…ma sbagliate!

Rappresentazione alternativa alla precedente

Più tentativi, più successo
Sbagliate perché quello che sappiamo oggi dell'evoluzione è quanto rappresentato nell’immagine seguente, parte di un articolo di Terry Harrison pubblicato sul numero 327 di “Science” nel febbraio del 2010. L’immagine rappresenta schematicamente le relazioni tra ominoidi (ominidi o scimmie) in prospettiva temporale, a partire dalle primissime scimmie primitive, agli inizi del Miocene, passando dalla biforcazione avvenuta circa 6 milioni di anni fa, data della comparsa dell’antenato comune tra i  generi che hanno portato fino ad Homo sapiens e gli altri rappresentanti degli ominidi, ovvero scimpanzè, oranghi, bonobi e forse anche i gibboni. Le barre grigie continue rappresentano l'intervallo di tempo noto di ciascun genere, sottili linee scure sono relazioni dedotte tra i generi e sottili linee tratteggiate con un punto interrogativo denotano relazioni incerte.

Dentro quella fascetta degli ominini comparsa meno di due milioni di anni fa c’è tutta la storia evolutiva che ha portato fino ad Homo sapiens, ma ci sono anche gli altri Homo, e poco prima, in termini geologici, c’erano ad esempio gli australopitechi come la famosissima Lucy, nella ricostruzione qui a fianco.






Schema relazionale tra Hominoidea in prospettiva temporale - Science, 2010

Schema evolutivo e relazioni delle forme preumane (arancione) ed umane (azzurro) - Pievani, 2019

Un cespuglio intricato 
Si osservi invece il cespuglio di forme dell’immagine precedente: un modello che ne evidenzia la loro ramificazione e che rappresenta le relazioni, le parentele tra queste. In basso a destra gli appunti in proposito presenti su uno dei quaderni di Charles Darwin: la straordinaria intuizione!

Una storia lunga e complessa e andando dentro quelle fascette colorate, che rappresentano generi, ci sono quindi complessi di specie diverse, potete apprezzarne la quantità. Moltissime sono dei vicoli ciechi che ci hanno preceduto. Ominini: già, siamo diventati una sottofamiglia di questo cespuglio di forme che si sono diversificate molto recentemente, sempre in termini geologici. E quanti punti interrogativi, perché non abbiamo informazioni sufficienti, perché non riusciamo a ricostruire molti rapporti di parentela in ciò che viene prima di Homo sapiens. Ma è certo che siamo parte di un cespuglio ramificato con oltre venti specie diverse: non siamo mai stati soli, la nostra è una storia plurale.

Adesso consideriamo quest’altra rappresentazione, col tempo che passa in verticale e qualche dettaglio in più. La linea ondulata nera rappresenta un limite evolutivo tra primati preumani ed umani: da quel momento in poi si assiste ad una continua e progressiva crescita delle dimensioni del cervello man mano che procede l’evoluzione delle varie specie.

Pievani, 2019

In base alle ultime ricerche siamo comparsi in Africa 200.000 anni fa, forse 300.000, una specie giovane che ha appena iniziato la propria storia evolutiva. Ma ecco la scoperta più sconvolgente di questi ultimi anni, talmente sorprendente che molti scienziati faticano ancora a interiorizzarla, inaspettata com’è.

Se avessimo potuto viaggiare sulla Terra, tra Africa e Asia, 50.000 anni fa, un battito di ciglia rispetto al tempo geologico profondo, il tempo necessario a formare uno strato sottile di roccia sedimentaria, avremmo incontrato non una ma ben cinque specie umane. Se la storia dell’evoluzione umana degli ultimi due milioni di anni fosse rapportata a 24 ore noi saremmo apparsi da un paio d’ore! Ma non da soli. La Terra era già abitata da più forme umane, diverse tra loro, specie cugine, ma con storie ambientali molto diverse a creare una sorta di biodiversità umana.

Nel cespuglio lussureggiante degli ominini si scopre inoltre che specie ritenute sequenziali hanno in realtà avuto lunghissimi periodi di evoluzione parallela, in altre parole di convivenza sullo stesso pianeta e magari negli stessi territori, per centinaia di migliaia di anni.

Le nozioni monolitiche di “uomo primitivo” e di “ambiente ancestrale” perdono di significato: non vi è traccia né di una specie unica né di un ambiente ancestrale omogeneo.

Inconcepibile? Diamo per scontato di essere gli unici umani del pianeta, ci sentiamo molto orgogliosi guardando un gorilla allo zoo negli occhi, accettiamo il fatto che possa essere un nostro cugino stretto ma un retropensiero ci ricorda immediatamente che no! siamo diversi, noi umani, loro un’altra cosa. La solitudine della nostra storia è un’illusione da un punto di vista evoluzionistico, e nell’ultimo tratto del nostro percorso ne siamo stati la causa, perché il primo evento di estinzione della biodiversità umana, e non solo, è stato provocato da Homo sapiens che, in qualche modo, non necessariamente violento, ma soprattutto per lenta sostituzione come avvenuto con i Neandertal, si è liberato dei parenti, estinguendoli, in un arco di tempo che probabilmente va dai 30.000 ai 12.000 anni fa: vicinissimi dunque alla soglia della storia che si studia a scuola, vicinissimi alla comparsa delle prime civiltà, ancora più vicine alla cosiddetta rivoluzione neolitica, con la comparsa dell’agricoltura e della domesticazione di specie animali.  Gli ultimi Neandertal si estinguevano poche migliaia di anni fa.

Direttrici della prima ondata migratoria delle specie umane fuori dall’Africa
(Istituto Geografico De Agostini)

Out of Africa!
Ma facciamo un passo indietro e passiamo dal tempo allo spazio.

A partire da circa 2 milioni di anni fa le specie preumane africane iniziano a produrre un comportamento anomalo mai visto prima e che probabilmente è proprio ciò che ci ha reso umani: migrare, spostare il nostro areale di distribuzione, a differenza dalle scimmie antropomorfe abituate a nascere in un posto ed a restarci. La mobilità è una caratteristica fondamentale delle specie umane, quale miglior prova l’attuale mondo iperglobalizzato? La mappa precedente, realizzata con la collaborazione del prestigioso Istituto Geografico De Agostini di Novara, illustra la prima grande diaspora dell’umanità, la cosiddetta Out of Africa 1, iniziata circa due milioni di anni fa.

Nella mappa è possibile osservare come siano stati ricostruiti anche i profili delle linee di costa nei periodi glaciali, coincidenti con abbassamenti anche notevoli del livello medio dei mari protrattisi per lunghi periodi: Africa ed Asia erano agganciate in un unico grande continente, e quest’ultima, laddove ora c’è il mare dello stretto di Bering, era collegata alle Americhe attraverso la Beringia, da cui prende il nome, un istmo di terra emersa. Era quindi possibile muoversi senza incontrare ostacoli dal sud Africa al sud America.

L’instabilità ecologica e i cambiamenti climatici sono stati le cause principali che hanno spinto i nostri antenati a spostarsi, unitamente alle enormi capacità di adattamento ad ambienti diversi con grandissima flessibilità, una plasticità adattativa che, se da una parte ha fatto la nostra fortuna, dall’altra potrebbe ribaltarsi a nostro sfavore visto che, come ha detto qualcuno, siamo diventati una specie cosmopolita invasiva: abbiamo occupato tutti gli ecosistemi possibili, persino quelli più estremi e meno ospitali.

Impossibile? Ipotizziamo un avanzamento di appena 10 chilometri ogni secolo: in 10.000 anni, anche se la densità demografica di stimata era di un individuo ogni 10 chilometri quadrati, gli appartenenti ad una determinata specie avrebbero potuto coprire una distanza di 1.000 chilometri. Con questi valori è semplice constatare che, nei 200.000 trascorsi dalla comparsa delle prime forme di Homo sapiens in Africa centrale, ai primi ritrovamenti di ominini in Asia orientale si può ipotizzare uno spostamento potenziale di 20.000 chilometri. Senza considerare che erano presenti altre forme umane migrate in precedenza.

La prima grande migrazione iniziava due milioni di anni fa e si è ripetuta almeno altre due volte.

Direttrici della seconda ondata migratoria delle specie umane fuori dall’Africa
(
Istituto Geografico De Agostini)

La cosiddetta Out of Africa 2 è iniziata circa 800.000 anni fa: di nuovo altre forme umane lasciano l’Africa, tra l’altro sempre dalla stessa zona, e questo dato è affascinante: tutte le grandi migrazioni umane che hanno prodotto anche la diversità attuale umana partono tutte dal Corno d’Africa. Come lo sappiamo? Ce lo dicono in modo estremamente preciso le molecole del DNA mettendoci in grado di collocare il punto e la data precise di inizio di queste migrazioni.

Ogni volta rappresentanti di specie Homo diverse, anche in piccolissimi gruppi di qualche decina di individui, sono partiti dalle vallate tra Eritrea, Etiopia, Kenya e Tanzania e da lì, seguendo corridoi naturali, ad esempio quello del Nilo od altri, sono arrivati in Medio Oriente, punto di smistamento fondamentale verso rotte dirette al nord, verso l’Europa, o verso est. Oppure con percorsi di migrazione che, seguendo la costa meridionale della penisola araba, doppiando il continente indiano a sud, hanno raggiunto quello che allora era un unico lunghissimo territorio che dalla Malesia, passando per l’Indonesia arriva a quello che oggi è Papua-Nuova Guinea, e isola dopo isola, o su strisce di territorio emerso, hanno raggiunto l’Australia forse già 80.000 anni fa.

Questa è l’ondata migratoria che ha visto uscire dall’Africa forme umane antecedenti a quanto in seguito, esclusivamente sul continente europeo, sarebbe stato indicato come Homo neandertalensis, un’esclusiva del vecchio continente, qui presenti fin da 300.000 anni fa.

Il percorso geografico e quello evolutivo che ha portato gli esseri umani dal Corno d’Africa al Mediterraneo, e quindi all’Europa e al Medio Oriente, è ciò che ci ha reso umani. Spostarsi da ambienti inospitali, muoversi attraverso tracciati diversi causati dalle diverse condizioni climatiche della zona del Sahara, che ha avuto diversi cicli, con lunghi periodi di fertilità seguiti a periodi altrettanto lunghi di aridità, attirando o respingendo le popolazioni umane: tutto ciò che ha provocato ondate migratorie ci ha reso umani. Fino alla cosiddetta Out of Africa 3, che sembra aver interessato soltanto Homo sapiens.

E tutto questo mi rende impossibile non pensare alle famiglie che oggi lasciano i propri paesi di origine, mettono a rischio la vita dei loro stessi figli, per imbarcarsi in un viaggio della speranza in cerca di migliori condizioni di vita.

Direttrici della terza ondata migratoria delle specie umane fuori dall’Africa
(Istituto Geografico De Agostini)

Dappertutto
E questa terza grande ondata fuori dall’Africa riguarda proprio noi, Homo sapiens, a differenza delle precedenti che riguardarono specie diverse. Anche Homo sapiens arriva dapprima in Medio Oriente e poi lungo la costa meridionale del Mediterraneo, affiancato da un’irruzione in Europa oltre che da percorsi migratori verso nordest e sudest.

Anche Homo sapiens è una specie immigrata. La specie autoctona europea erano i Neandertal, già presenti e comparsi proprio in questo continente oltre 300.000 anni fa.

Una scoperta recente, sempre grazie alla genetica molecolare, ha evidenziato che i geni connessi allo schiarimento della pelle in Homo sapiens hanno circa 16-18.000 anni. Considerando che l’arrivo di Homo sapiens in Europa è iniziato circa 40.000 anni fa, è evidente che i primi immigrati di colore in Europa siamo proprio noi, magari con gli occhi azzurri, predecessore dell’Uomo di Cheddar, come nella ricostruzione qui a fianco di un Sapiens, ma con la pelle scura.

Successivamente ci sono state diverse altre ondate migratorie, alcune che sembrano esser fallite a causa di stravolgimenti climatici che, in qualche modo, hanno come sbarrato la strada ai gruppi che migravano, altre spintesi in avanti anche per decine di migliaia di chilometri dal luogo di origine.

Tra queste forse la più importante è quella di circa 75.000 anni fa, più invasiva delle precedenti.

La migrazione finale? - Pievani, 2019

Ricostruzione morfometrica esatta delle sembianze di un Neandertal
a confronto con una bambina Sapiens

Incontri ravvicinati di tipo primitivo
E non è tutto. L’immagine precedente, un Neandertal e una bambina Sapiens, ci racconta qualcosa che è accaduto veramente. Le due specie, strettamente imparentate l'una con l'altra, sono vissute negli stessi territori a lungo, e quindi davvero non siamo stati soli in Medio Oriente, in Europa, e  principalmente in Italia, in Francia e in Spagna, così come nelle vallate prealpine abbiamo zone di sovrapposizione di popolamento nello stesso periodo di più specie umane, e in particolare di queste due specie umane. Ci distingueva soltanto lo 0,1% del DNA. Ed eravamo talmente vicini dal punto di vista biologico da essere interfecondi, potendo generare individui a loro volta fecondi, e i risultati delle ibridazioni tra Sapiens e Neandertal sono evidenziati dalla presenza nel nostro di DNA di materiale genetico dei nostri cugini. I dettagli genetici di questi scambi sono ancora oggetto di studio e ci sono molti dubbi sui meccanismi di trasmissione e di diluizione delle componenti delle due specie, ma è certo che i due gruppi possano aver avuto rapporti più che amichevoli. Per chi volesse approfondire qui potete trovare il materiale adatto.

In quel periodo i Neandertal avevano già iniziato quanto è noto come sviluppo dell’intelligenza simbolica, processo interrotto dalla loro estinzione avvenuta circa 28-29.000 anni fa. L’ultima comunità Neandertal sopravvisse attorno alla Rocca di Gibilterra con una dozzina di famiglie che, in maniera progressiva e non drammatica furono lentamente sostituiti dai Sapiens che hanno portato ad una marginalizzazione di quest’altra forma umana, che infatti scompare progressivamente dal Medio Oriente all’inizio, poi dall’Anatolia verso i Balcani, Italia, Francia e infine Spagna, come se fosse schiacciata verso occidente dalle continue ondate di ingresso di Homo sapiens in Europa.

Dall’altra parte del mondo, sull’isola di Flores in Indonesia, fino a soltanto 12.000 anni fa, ha vissuto un’altra spece umana, Homo floresiensis (nell’immagine a sinistra una femmina a confronto con una Sapiens), una specie pigmea a causa del cosiddetto nanismo insulare: erano infatti alti circa un metro ma con un cervello ben sviluppato. Un’altra forma umana arrivata fino alle soglie della storia; se questa specie avesse resistito qualche altro millennio avrebbe visto i primi campi coltivati, le prime città.

Siamo soli da pochissimo tempo. E a questo proposito c’è una domanda che non avrebbe avuto senso porre anche solo un paio di decenni fa, quando si dava per scontato che dopo l’estinzione delle altre forme umane, i Sapiens fossero gli unici rimasti grazie ai migliori adattamenti espressi.

Perché invece siamo soli se fino alle soglie della storia c’erano almeno quattro, se non cinque, forme umane diverse?

E’ una domanda a cui è tuttora difficile rispondere ma è ovvio che noi siamo soltanto uno dei modi di essere umani, un’altra prova dei meccanismi dell’evoluzione per selezione naturale che ci dice che, se potessimo riavvolgere il nastro all’indietro e ripartire da capo, per ogni linea evolutiva di qualsiasi organismo vivente, potremmo avere infinite possibilità di futuri diversi.

L’origine delle attuali popolazioni

Cervelloni

Avere un grande cervello, con la parte dedicata ai lobi frontali ben sviluppata, sicuramente ha aiutato. Ma anche questo è un effetto collaterale dell’evoluzione, non è il prodotto delle pressioni selettive.

Un’eccezionalità genetica, assente in tutte le altre forme imparentate, provoca un rallentamento mai visto prima del periodo di crescita e in particolare del periodo infantile e adolescenziale  (neotenia); in pratica, restiamo bambini molto più a lungo di qualsiasi altra specie a noi prossima. Persino nei confronti dei Neandertal: è stato dimostrato che un appartenente a questa specie diventava adulto due anni e mezzo prima dei Sapiens. Nella nostra specie il mantenimento dei tratti infantili permane molto più a lungo e la nostra è l’unica specie in cui il cervello continua a crescere anche dopo il parto per almeno altri due anni.

Dal punto di vista evoluzionistico queste caratteristiche rappresentano costi di adattamento molto elevati: un grande cervello che da solo consuma oltre il 20% dell’energia dell’organismo, molto esigente dal punto di vista metabolico, ma soprattutto cuccioli fragili per più anni rappresentano un investimento parentale consistente, e quindi questa innovazione ha avuto come necessità di altri bilanciamenti nell'organizzazione sociale. La necessità di tenersi nel gruppo cuccioli fragilissimi per molti più anni ci ha evidentemente regalato qualcos’altro: l’espansione del periodo di apprendimento, di gioco, di imitazione, alimentando la plasticità umana, con un cervello letteralmente plasmato biologicamente dalle esperienze successive alla nascita, grazie anche allo sviluppo del cervello successivamente al parto che, fra i suoi effetti collaterali ha prodotto un aumento delle capacità craniche. Per motivi meccanici, legati alle dimensioni del canale del parto delle donne Sapiens, nasciamo con un cervello che continua ad espandersi successivamente, soprattutto nell’area della corteccia prefrontale: un effetto collaterale di un processo di sviluppo. Quindi questa specie che rimane bambina così a lungo diventa una specie capace di avere una vita sociale molto elaborata e in piccoli gruppi.

Tutto ciò ad ulteriore testimonianza che la teoria dell’evoluzione, mantenendo ben saldi i principi darwiniani, è molto più pluralista e flessibile, con la selezione naturale che interagisce con molti altri fattori tra i quali quelli dello sviluppo che sono essenziali. Oggi la teoria dell'evoluzione è qualcosa di molto complesso ed altrettanto interessante che non l’idea, ormai semplicistica, che le pressioni selettive siano soltanto una sorta di problem solving atto al mutare delle condizioni ambientali.

La sintesi neodarwinista estesa - Pievani, 2019


Prede
Phillip Tobias (nella foto a fianco), un eminente antropologo, dimostrò che i segni di trauma riscontrati sul cranio di un fossile di cucciolo di australopiteco vissuto circa 2,8 milioni di anni fa (il Bambino di Taung) non erano, come si diceva fino a pochi anni fa,  segni di riti di cannibalismo, attribuendo chissà quale valore mistico ed esoterico al ritrovamento, ma i traumi riportati a seguito dell’esser stato cacciato da un’aquila. Segni conformi a quanto si può ritrovare ancora oggi in cuccioli di scimpanzè predati da rapaci.

Sappiamo quindi oggi, con ragionevole certezza, che per gran parte della nostra storia non siamo stati predatori ma prede; molti degli adattamenti sociali che abbiamo sono adattamenti da prede e non da predatori, adattamenti difensivi, cambiando quindi la prospettiva sull’evoluzione.

E con ciò si smontano anche alcuni dogmi, dovuti a narcisismo e pregiudizi, presenti sui testi fino a non molto tempo fa (direi ancora oggi). Tra i tanti “il nostro cervello è diventato grande perché eravamo grandi cacciatori e ci nutrivamo di carne fresca in abbondanza”. Ma la realtà era ben diversa. Siamo diventati grandi cacciatori in tempi molto recenti, lunghi abbastanza comunque da consentirci di sterminare tutte le macrofaune esistenti man mano che la migrazione ci portava a colonizzare la quasi totalità degli ambienti. Abbiamo infatti passato più del 90 percento della nostra storia di specie come necrofagi e saprofagi, come spazzini della savana, contendendoci le prede con avvoltoi e iene; dopo tutto è un comportamento molto adattativo perché la grande fatica della cattura la si lascia ai predatori professionisti, cioè i grandi felini, andando poi a sottrarre quel che resta, pezzetti di carne già ben frollata, essenziale per nutrire il cervello che, come predetto, assorbe da solo il 22 percento dell’energia del metabolismo umano, e da associare a quanto di vegetale fosse disponibile direttamente con la raccolta. Quindi niente lancia in resta e caccia al mammut se non in tempi più recenti ma una dieta onnivora con cui Homo sapiens se l’è cavata egregiamente.

Per tornare al narcisismo che ci ha visto e ci vorrebbe ancora come i dominatori del mondo da sempre voglio ricordare le parole di una grande biologo, Stephen Jay Gould: «Pensiamo che il problema fosse alzarsi la mattina e chiedersi cosa mangiare; in realtà il problema essenziale era arrivare a fine giornata senza esser stati mangiati».

Conclusione
Homo sapiens, dunque, è uscito dall’Africa a più riprese, siamo una specie molto giovane, nata in Africa 300.000 anni fa, più o meno 10.000 generazioni umane, e prima oltre che contemporaneamente alla nostra, altre specie hanno affrontato grandi migrazioni più volte nel corso della loro storia evolutiva. La mobilità è stata quindi la risposta adattativa ai cambiamenti ecologici. Dall’Eurasia all’Australia e poi nelle Americhe. Una bellissima storia ma che è tuttora in corso di svolgimento.

Anche oggi le popolazioni umane si spostano, nonostante i confini politici che spesso rappresentano delle vere e proprie barriere fisiche da attraversare, persino a volte con maggiori difficoltà che guadare un fiume o valicare un passo di montagna. Le Nazioni Unite hanno previsto spostamenti dovuti al cambiamento climatico dell’ordine delle decine di milioni di persone, in corso: il fenomeno migratorio è costitutivo della nostra identità di specie ma costituisce anche il nostro presente e sarà anche il nostro futuro. Una verità un più sconcertante più scomoda, che però va raccontata non limitandosi soltanto al passato remoto come se quel che Homo sapiens fece allora fosse appunto relegato al passato. Per raccontare l'evoluzione del lontano passato occorre capire il presente, avere delle chiavi di lettura per capire cos'è una pandemia, che cos'è la biodiversità, che cos'è il cambiamento ecologico: l'evoluzione è una chiave di lettura per il presente e per il futuro, ecco perché fa tutto parte del racconto.

E lo scopo principale è contrastare aspramente le derive negazioniste, razziste, persino tentativi di fare eugenetica, come ad esempio fatto da parte di genetisti truffaldini con uno spin-off dell’università di Budapest che hanno avuto la deleteria idea di usare la genetica per dimostrare identità, tratti somatici, purezza della razza e dell’ascendenza, a riprova che non ci siano impurità ebraiche o di origine rom o sinti. Questo può accadere oggi perché l'idea di identità associata all'idea di DNA porta a queste follie! Così come meno gravemente ma non meno sottilmente chiunque studia l'evoluzione deve sobbalzare ed opporsi con fermezza ogni volta che qualcuno dice che abbiamo la guerra scritta nel DNA, che i maschi sono aggressivi e violenti per natura e via discorrendo. Ogni volta occorrerebbe chiedere, a chi pronuncia oscene fesserie del genere, cosa intenda per natura, cosa intenda con scritto nel DNA. Gridare con forza che le razze non esistono non significa non voler essere razzisti, questo è il minimo ed è anche ovvio, e nemmeno perché non si vuole essere politically correct: non esistono e basta per motivi tecnici, per motivi sperimentali, per motivi empirici, ovvero per motivi interni alla comunità scientifica e non per motivi politici. Ed a maggior ragione per contrastare il clima crescente che impedisce di fare affermazioni del genere senza essere tacciati d’essere schierati politicamente, in questo caso con la sinistra. Fino ad una quindicina d’anni fa si poteva prender parte ad una trasmissione e dichiarare, motivandolo scientificamente, che le razze non esistono; oggi si verrebbe bersagliati da arrabbiatissimi ascoltatori che direbbero che si sta facendo politica, che in studio si sono invitati i soliti…comunisti o, nella migliore delle ipotesi un perbenista politically correct! Posizione quest’ultima di cui si può venir accusati persino parlando di riscaldamento climatico, visto che qualcuno sta cercando di passare la lotta al cambiamento climatico come un tema del genere!


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Riferimenti bibliografici
Guido Barbujani, Come eravamo. Storie dalla grande storia dell’uomo. 2022
Guido Barbujani, Andrea Brunelli. Il giro del mondo in sei milioni di anni. 2018
Telmo Pievani. Homo sapiens ed altre catastrofi. 2002
Telmo Pievani. Ripensare l’evoluzione umana. 2019
Guido Chelazzi. L’impronta originale. Storia naturale della colpa ecologica. 2013


Negare, come distruggere, è facile. Capire, come costruire, è difficile.

 


No, non è un post contro il tabagismo, su cui ho già avuto modo di portare la mia testimonianza diretta, ma partendo dal comportamento suicida del fumatore cercherò ancora una volta di entrare nelle teste dei negazionisti climatici, soprattutto i pochissimi in buona fede (lo so, è un ossimoro…).

Di fronte ad una minaccia incombente a nessuno piace sentirsi dire, di primo acchito, che occorre cambiare radicalmente le proprie abitudini, che il presente consolidato non è più adeguato. Di fronte agli scenari che il cambiamento climatico prospetta sapere che occorre cambiare il sistema economico e comportamentale fa ancora più paura, e in molti, scatta lo spettro del complotto in atto, che dietro tutto ciò ci sia qualcuno che paventa situazioni pro domo sua. Nella sua lectio magistralis del 2015 Umberto Eco aveva ben inquadrato il problema. 

Se tutto ciò da un lato è psicologicamente normale, d’altra parte in realtà è ancora più insidioso il fatto che porti ad una specie di dissociazione cognitiva verso le conseguenze temporali delle nostre azioni, quello che è comunemente chiamato bias, una forma di distorsione della valutazione causata dal pregiudizio, condizionati da concetti preesistenti non necessariamente connessi tra loro da legami logici e validi.

Più o meno quel che accade nella testa di un fumatore che, nonostante su ogni pacchetto ci sia scritto che fumare uccide, o che provoca malattie invalidanti, continua a farlo imperterrito, e se glielo fai notare ti guarda male dandoti come minimo dello iettatore (per esperienza, da ex fumatore, confermo); anche qualora il fumatore sia conscio, in un lampo di razionalità, dei pericoli che sta correndo il fastidio viene immediatamente soppresso dietro lo schermo della mancata percezione del problema causata dall’intervallo temporale anche molto lungo che gli si prospetta davanti: la dissociazione permette di distinguere tra il morire subito causato dall’ingestione di una capsula di cianuro, e il morire lentamente, magari ammalandosi, tra 30 o 40 anni, o peggio, con un velo di complottismo, trincerandosi dietro il sillogismo personale, che come noto non fa statistica, che mio nonno fumava come un turco ed è campato 100 anni!

Ebbene, e torniamo in tema, Il bias cognitivo che affligge le menti intorpidite dei negazionisti climatici (o negazionisti in genere, come quelli che affermano che l’uomo non è mai stato sulla Luna o che la Terra è piatta), è come quello dei fumatori, che nonostante vedano scritto ovunque 'il fumo uccide' (e lo sappiano benissimo) continuano imperterriti a fumare, con la tosse mattutina, iniziando a vedere qualche problema senza nemmeno immaginare quelli che potranno essere i problemi veri.

Più volte su queste pagine è stato scritto che la mente umana non è preparata a gestire problemi e sistemi complessi, e soprattutto non riesce a ragionare in termini temporali che riguardino un futuro lontano; non ha, per dirla con una metafora, la mentalità dei costruttori di cattedrali che, progettandole e realizzandole, sapevano che sarebbero dovute durare secoli o addirittura millenni!

Così come il fumo è inequivocabilmente e scientificamente provato sia letale, in tema di cambiamento climatico legato alle attività umane a partire da un paio di secoli a questa parte, ci sono più di cento anni di verifiche scientifiche, tutte estremamente autorevoli, e che sono già state discusse nei decenni precedenti ad oggi, rendendo inutile tornarci su; quindi, chi continua a proporre e rispondere con le tesi che definiamo negazioniste non ha fondamentalmente accettato le acquisizioni della ricerca precedente. Avere dubbi nel 1950 poteva andar bene, al limite anche nei primi anni Settanta quando, soprattutto uno stimato ricercatore, a causa di un modello climatico incompleto, prospettò un raffreddamento.

Ma oggi questi dubbi sono stati tutti confutati e addirittura, a voler essere precisi, sono stati fugati, tant'è che il primo rapporto di consenso scientifico sul cambiamento climatico di origine antropogenica, generato cioè dalle attività umane, è del 1979, un rapporto di consenso siglato dall’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti.

E già allora inizia a germogliare la gramigna del negazionismo climatico, sovvenzionata ed alimentata da tutti coloro i quali ritenevano che qualsiasi regolamentazione avrebbe ridotto, se non impedito, la regola d’oro: profitto ad ogni costo e a breve termine.

In testa a tutti proprio il mondo «Big Oil» (il mondo delle aziende direttamente coinvolte nella estrazione, produzione e vendita dei combustibili cosiddetti fossili).  Per ovvi motivi quindi, ma in ottima compagnia di imprenditori e politici, e quanto più si intensificavano le reazioni o le azioni genericamente dette ambientaliste, quanto più il negazionismo si espandeva e faceva proseliti cercando di dimostrare che diverse posizioni contrastanti erano in dibattito tra loro: nulla di tutto ciò, nessun dibattito o possibilità di dibattere, da un lato fatti e dati scientifici e dall’altro menzogne manipolate ad arte, con tecniche così sofisticate da rendere plausibili le loro tesi, così come un fotomontaggio potrebbe rendere plausibile la scalata dell’Everest per chiunque. Dopo tutto, se «Big Tobacco» per decenni ha negato persino l’evidenza che il fumo è dannoso per la salute fino ad uccidere può non averlo fatto «Big Oil»?

Ma nonostante le grandi manovre della negazione da allora in poi non si è fatto altro che acquisire nuovi dati e nuove conferme: e purtroppo le tesi negazioniste prosperano rilanciate dalla grancassa che i social forniscono e alimentate da un rumore di fondo, da un disturbo, generato essenzialmente dalla paura di cambiare, di affrontare qualcosa di diverso. Basta seguire una qualsiasi pagina social che si occupi di cambiamento climatico e leggere i molti commenti di stampo negazionista. Ma al peggio non c’è mai fine si dice.  

C'è tuttora una parte di mondo scientifico che nega questa acquisizione scientifica, facendo proseliti disinformati. Ad esempio ho trovato quanto meno curiosa l’attenzione che si è rivolta al Nobel per la fisica John Clauser (premiato per i suoi lavori sulla Meccanica Quantistica nel 2022, e che non ha mai lavorato su nulla relativo al clima o alla fisica dell’atmosfera), mentre si è talvolta preferito ignorare i Nobel del 2021, sempre in fisica, conferiti a tre climatologi proprio per aver correttamente previsto e modellizzato il riscaldamento globale antropogenico.

L’opinione non suffragata di un singolo, per quanto illustre, non conta nulla a fronte dei tre pilastri principali del consenso scientifico: i dati, le equazioni e i modelli. Al momento attuale, la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di climatologia è soddisfatta dalla spiegazione antropogenica del riscaldamento globale, a fronte dei dati, delle equazioni e dei modelli a nostra disposizione, e nessuna delle ipotesi alternative, e men che meno le opinioni alternative, soddisfa questi criteri.

E qui sta il punto. Le voci discordanti, ancorché da parte di persone acculturate scientificamente, vengono da un mondo che non appartiene alla climatologia ma occupano altre categorie di discipline scientifiche che purtroppo si inseriscono in questo dibattito o per motivi di interesse economico o semplicemente per motivi ideologici, e quindi remano contro usando la scienza, ma non quella della climatologia. Se ci addentriamo nel variegato settore delle scienze del sistema Terra, che sono ormai molto più ampie della climatologia in sé, comprendendo come minimo anche l'oceanografia, la glaciologia, la biologia e la geologia, tutte stanno riscontrando gli effetti dell'aumento di temperatura e c'è consenso totale sulla responsabilità dell'uomo di questo aumento di temperatura; chi si inserisce a gamba tesa, spesso forzatamente cercando di creare dibattito dove non c’è, negando le evidenze consolidate molto spesso non appartiene all'ambito disciplinare delle scienze del sistema terra, della meteorologia e del clima. E figuriamoci quanto possa contare l’opinione non suffragata da fatti di tutti coloro i quali non hanno nemmeno quelle conoscenze scientifiche minime per affrontare gli argomenti. Dopo tutto, se i fumatori riescono a negare a loro stessi quanto ormai evidente in fatto di rischi sulla salute nell’immediato delle loro stesse vite (e altrui, considerati anche i danni da fumo passivo) è, per quanto assurdo, comprensibile che possano negare quanto non riescono a materializzare, nemmeno di fronte a record continui di temperature in crescita o ad un aumento esponenziale dei fenomeni meteorologici estremi.

Il negazionismo del clima da 70 anni trova il modo per inquinare la scienza e screditare la comunità scientifica seria e purtroppo, la cosa è spesso guidata: una ricerca pubblicata su Nature pochi anni fa svelò come i gruppi di interesse e dell'industria dell'energia fossile ostacolano le politiche ambientaliste. E la disinformazione si adatta ai tempi.

Ma quali sono gli argomenti che, come un disco rotto, i negazionisti climatici cavalcano, spesso scimmiottando il sentito dire per puro spirito di contrapposizione?

Il fattore CO2 – Tesi negazionista #1
Innanzi tutto tutte le tesi negazioniste fanno leva sul non accettare la correlazione tra tenore di biossido di carbonio (CO2) in atmosfera e aumento della temperatura. Per approfondire suggerisco la rilettura di questo post, e di quest’altro.


Da 800.000 anni a questa parte non abbiamo mai avuto una concentrazione di CO2 in atmosfera così alta (siamo poco sopra le 420 ppm) e il valore attuale è di circa il 30% superiore a quello massimo registrato andando indietro nel tempo (circa 300 ppm durante l’interglaciale di 300.000 anni fa), di poco inferiore a quanto si aveva nel 1960, seguito da una crescita vertiginosa. Questo 30 per cento in più che abbiamo oggi in atmosfera deriva da un fattore esterno: l’attività dell’uomo che in un tempo enormemente breve ha liberato il carbonio trattenuto dei depositi di petrolio, gas naturale, carbone che hanno impiegato milioni di anni per formarsi, o che è stato liberato dall’abbattimento e dalla distruzione di dozzine di milioni di ettari di foreste, alterando pesantemente il ciclo di questo elemento chimico, sia quello atmosferico più veloce che quello geologico, lentissimo. Ed è questa la causa principale che sta creando l'aumento di temperatura che osserviamo. 

Quando un negazionista in grado di capirlo, osserva un grafico come quello precedente tendenzialmente tende a invertire il rapporto causa-effetto con cui fenomeni si verificano. Se da un lato si afferma, correttamente, che all’aumentare del tenore di CO2  la temperatura aumenta, loro dicono che è invece l'aumento della temperatura dovuto un fattore esterno ad aumentare il quantitativo di questo gas; ma, come ha ben detto qualcuno, “I polli non fanno le uova, perché nascono dalle stesse”. La relazione tra CO2 e temperatura è nota e studiata almeno dal 1861, ed è stata definitivamente consacrata dal lavoro di Svante Arrhenius del 1896. Che specifici incrementi di CO2 possano seguire gli incrementi di temperatura è dovuto all’immissione in atmosfera di CO2 intrappolata nella criosfera e nell’idrosfera, nelle quali la solubilità del CO2 decresce proprio a seguito degli incrementi di temperatura. 

Quindi, la risposta da dare a questo tipo di negazione è che, cosa nota appunto fin dal XIX secolo, il CO2 è un cosiddetto fattore forzante dell’aumento di temperatura, una specie di interruttore del riscaldamento globale. In passato, in alcune situazioni innescate da fenomeni completamente naturali, in assenza del genere umano in definitiva, il CO2 è stato emesso come elemento di feedback che ha amplificato la forzante originale. Ad esempio, durante certi cicli interglaciali l’aumento di temperatura sul pianeta è stato inizialmente innescato da un cambiamento di intensità della radiazione solare, e questo aumento ha favorito la degassazione degli oceani per evaporazione, la liberazione di gas serra e la fusione dei ghiacci, soprattutto quelli contenuti nel permafrost. A questo punto il sistema Terra è entrato in risonanza: più caldo, più CO2, più biossido di carbonio più caldo…

Nella situazione attuale non abbiamo invece avuto nessuna forzante esterna al pianeta ad iniziare l’aumento di temperatura, ma è stata proprio la quantità in eccesso di CO2 liberata in atmosfera dalle attività umane ad iniziare la crescita delle temperature. E la fonte di questo eccesso è dovuta, lo ribadiamo, all’utilizzo di combustibili fossili, prodotti, in misura diversa per i vari comparti, dalle attività umane. Non ha tutto sommato molta importanza avere una causa giustificante il primo inizio di riscaldamento, l’importante è comprendere e accettare che l’accelerazione ha la sua causa nell’immissione in eccesso di gas serra, governandone l’andamento futuro, innescando altri feedback positivi (solo un paio di esempi: la fusione dei ghiacci innesca un lento ma inesorabile aumento dei livelli medi dei mari e l’immissione di acqua dolce può alterare i cicli delle correnti oceaniche in maniera drammatica). E si tenga inoltre conto che mentre ne parliamo si continua ad immettere in atmosfera gas serra ad un tasso praticamente uguale a quanto fatto finora ed avendo già attivato quel che chiamiamo tipping point, punti di non ritorno. Il passaggio da quel circa 300 ppm all’attuale 420 ha la sua causa principale nelle attività umane.

Cherry picking  - Fattore negazionista #2
Questa colorita espressione inglese altro non è che un modo popolare di descrivere una fallacia logica, caratterizzata dall'attitudine da parte di un individuo volta ad ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi ed evidenziando solo quelle a suo favore. Insomma, il suddetto nonno fumatore che è campato 100 anni…

Sulla pagina Wikipedia dedicata al cherry picking c’è giusto un bel grafico con didascalia applicato al negazionismo climatico basato su questi errori logici.

Ad esempio, alle nostre latitudini, dopo anni di temperature decisamente sopra la media, anche in inverno, quest’anno, con l’autunno piovoso e addirittura nevoso fin dai primi di settembre sulle Alpi, i negazionisti si sono scatenati. Che poi, fateci caso, se le temperature sono decisamente sopra la media, come nella torrida estate appena trascorsa, costoro tacciono; ma basta un po’ di tramontana, figuriamoci una nevicata inattesa, e subito si fanno sentire gridando a gran voce la loro negazione.

Proprio questo è un altro argomento su cui mediamente fanno leva i negazionisti. Occasionalmente capita in questi anni di aver avuto ondate di freddo anomalo (paradossalmente causate dal riscaldamento globale), molto intense e fuori stagione, e questi episodi vengono amplificati e rilanciati come prove che non c’è affatto nessun riscaldamento della Terra in atto, anzi: un giorno freddo automaticamente serve a cancellare centinaia di giorni caldi, basta un giorno freddo per farlo diventare tendenza climatica di lungo periodo.

Un classico: una confusione inestricabile tra eventi meteorologici, concentrati nel tempo e nello spazio, e tendenze climatiche che, per essere tali, devono essere durevoli su una scala ultradecennale. Se volessimo semplificare, il clima è la media ultradecennale delle condizioni meteorologiche, e queste sono quanto quotidianamente si verifica.

Così come speranza e aspettativa anche meteo e clima sono due cose completamente diverse, e lo si è ribadito spesso. Il famoso matematico e meteorologo Edward Lorenz diceva che “Il clima è ciò che ti aspetti, il meteo è ciò che ottieni”.

Gli eventi meteorologici sono localizzati nel tempo e nello spazio: una nevicata in giugno non significa che si sta andando verso un’era glaciale, né una giornata particolarmente calda a fine gennaio è prova di riscaldamento globale. In altre parole è come un’analisi sociologica in grado di mediare su grandi numeri di esseri umani pur sapendo che, presi singolarmente, potrebbero comportarsi imprevedibilmente.

Ma persino un qualche tipo di evento meteorologico, come la temperatura in una determinata ora del giorno, la quantità di millimetri di pioggia caduta o il valore della pressione atmosferica, se cumulati a formare una base di dati sufficientemente grande da poter applicare la cosiddetta legge dei grandi numeri, sono stati in grado di fornire un’evidenza statisticamente significativa del cambiamento climatico in atto, a partire da dati giornalieri.

A quanto pare, scalzare questo pregiudizio è di una difficoltà quasi insormontabile, a nulla vale rendergli la cosa semplice con un esempio del genere: nel 2023 sono stati battuti quasi mille record di caldo in altrettanti luoghi della Terra, mentre i record di freddo sono stati qualche decina. Vorrà pur dire qualcosa?

L’uomo non c’entra niente, dipende tutto dal Sole – Tesi negazionista #3
Ma ecco infine l’argomento principale dei negazionisti, accecati, letteralmente, dal Sole: come un mantra ripetono ossessivamente che la temperatura della Terra è determinata essenzialmente, se non esclusivamente, dall'intensità della radiazione solare, che può aumentare a seconda dell'attività del Sole, o dai cambiamenti di orbita dell’asse terrestre. E stendiamo il famoso velo pietoso sulle cause dovute alle attività vulcaniche o, nel peggiore dei casi, a segretissimi esperimenti di geoingegneria, talmente segreti che tutti (tutti i negazionisti) però conoscono.

Ma la Terra non è soltanto un sasso al Sole, come ho scritto tempo fa.

Da non molto tempo una voce ricorrente tra i negazionisti dice che sta per arrivare un grande minimo solare, un periodo di ridotta attività che provocherebbe, come realmente accaduto in passato (Minimo di Maunder), un generale raffreddamento dell’atmosfera. A nulla valgono le smentite da parte di voci autorevoli e ufficiali.

Ammettiamo pure che le cose stiano così. Ci sono stati e ci saranno periodi di attività solare ridotta, diciamo per 40 o anche 100 anni di seguito, a provocare un generale raffreddamento, forse più intenso in alcune zone che non in altre della Terra, ma in ogni caso parliamo di eventi estremamente puntuali, passati i quali il riscaldamento riprenderà la sua corsa, e senza contare che nel frattempo avremo continuato ad emettere gas serra, magari più intensamente che prima! Non si nega ovviamente l’importanza fondamentale dell’attività solare sull’andamento del clima terrestre, ci mancherebbe altro. Comunque, a guardare il grafico precedente, se fosse dipeso solo dall’attività solare, le temperature dovrebbero essere scese, anziché salite.


La climatologia è materia estremamente complicata e multifattoriale, e che coinvolge rami della scienza spesso estremamente distanti tra loro, e in tutto questo enorme calderone di gas serra, radiazioni solari, spostamenti orbitali, meccanismi a feedback positivo, padroneggiarne le basi è piuttosto difficile.

Sono passati ormai anni a sufficienza per avere prove dirette raccolte e tramandate dalle generazioni che ci hanno preceduto. Basta arrivare al tempo dei nostri nonni, un paio di generazioni, per ascoltare dai loro stessi racconti di come fosse il clima allora, per vedere fotografie di ghiacciai o verdi colline di un tempo sostituite oggi dai loro depositi morenici o da aride distese.

Negare, come distruggere, è facile. Capire, come costruire, è difficile.

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Edit 10 novembre 2024
. L'amico Aldo Piombino ha oggi pubblicato un interessantissimo post che traccia il quadro su chi siano esattamente i climascettici, cosa cerchino di spacciare per scienza consolidata e soprattutto come confutarne gli argomenti. Qui il lavoro.