Pseudoscienza, antiscienza e divulgazione scientifica. Non tutte le fake news sono uguali

Nei miei post mi è capitato spesso di avere a che fare con concetti sempre un po’ in ordine sparso, e che emergono direttamente o tra le righe degli argomenti esposti. Ricollegandoli a quanto andrò a trattare in questo dovrei esser riuscito a fare un po’ d’ordine, rimandando ad un successivo post una diretta conseguenza di queste considerazioni iniziali.

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Nella conclusione di un mio post passato, di argomento in apparenza slegato dai cambiamenti climatici, ricordavo come la mobilità animale, compresa la nostra, è da sempre stata la risposta adattativa ai cambiamenti ecologici e anzi, nella nostra specie, l’evoluzione culturale ci ha fornito i mezzi per affrontare climi ai quali non saremmo sopravvissuti: a spiegare e giustificare l’attuale migrazione in atto che vede coinvolte, secondo l’ONU, decine di milioni di persone in tutto il mondo. Argomento spinoso, dunque, che fa scattare barriere mentali e fisiche come i muri nel Texas. E il tutto conduce però ad aprire la porta ad un tema che è, giorno dopo giorno, sempre più presente: fare divulgazione scientifica può condurre a sentirsi accusare di eccesso di politically correct; persino la lotta al riscaldamento globale vede più di qualcuno che cerca di farla passare come un tema del genere.

Sul Corriere della Sera è recentemente comparso un interessante articolo proprio su questo pericolo: «La lotta al riscaldamento climatico è rimasta intrappolata nella categoria del ‘politicamente corretto’, verso la quale vi è una palpabile rivolta. Colpa anche degli eccessi e delle ingenuità dei sostenitori più accesi della transizione». Ma l’argomento è generalizzabile a molti e diversi aspetti della scienza. In altre parole, per paura di pestare qualche callo di troppo si modifica il linguaggio, si interviene sulla forma e non sulla sostanza dei problemi, contribuendo ad alimentare nuove ipocrisie, e la paura di dover dire le cose come stanno, soprattutto di perdita d’immagine, la si percepisce anche in chi dovrebbe fare divulgazione seria distinguendo tra scienza e antiscienza!

Fare divulgazione scientifica è un compito difficile: richiede rigore, attenzione, cautela e precisione, soprattutto nella scelta delle parole; può creare trappole nelle quali non dobbiamo cadere. Un compito molto più difficile e delicato di quel che si pensi e quindi anche molto più importante.
L’esistenza di qualsiasi cosa, oggi come in passato, dipende dai nostri concetti, dai nostri dibattiti e dalle nostre negoziazioni: tutto ciò è basato sulle parole, quelle giuste, che esprimono tutto questo, modellando il nostro modo di comprendere il mondo e governando le azioni che ne scaturiscono. Le parole sono importanti. Lo ripeteva, anzi lo urlava, Nanni Moretti, seduto a bordo piscina in Palombella Rossa, fino a farlo diventare praticamente un mantra, una regola di vita. Importanti perché fanno esistere le cose. Le fanno comprendere, le rendono reali ed utilizzabili, solo nel momento e nel modo in cui le cose sono nominate. Da noi e dagli altri. Lo dicevano Heidegger, Wittgenstein, Pierce e tutti quei filosofi, poeti, scrittori che hanno mostrato come nelle parole e attraverso le parole, avvenga la ricerca e la creazione di noi stessi, degli altri, delle cose, e del mondo.

E sono le parole che consentono la condivisione con chi ci ascolta e che vanno arricchite per completare lo scenario, evitando coloro i quali propongono scorciatoie molto semplici, spesso molto persuasive e consolanti, di quelle che saltano subito evidenti e non necessitano di spiegazioni ulteriori, di un minimo di ragionamento: ovviamente false. Le fake news

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Dunque antiscienza e pseudoscienza, entrambe alimentate e da queste a loro volta nutrite dalle fake news. Queste ultime, come evidenziato nel titolo di questo post, non sono tutte uguali. Alcune, non meno gravi per quanto tutto sommato innocue, sono ciò che in filosofia della scienza è definito come antiscientifico, come quelle delle varie forme di negazionismo (non siamo mai stati sulla Luna è un classico) a quelle che negano apertamente un'evidenza scientifica, come il terrapiattismo, le teorie dei vari alieni manipolatori come quelli che, attraverso tecniche di genetica hanno dato il via all’evoluzione in una sorta di rivisitata versione della panspermia, falsa. Queste sono le frottole antiscientifiche, tutto sommato innocue.  Qualcuno le definirebbe come deliranti supercazzole.

Quelle decisamente pericolose sono invece le posizioni pseudoscientifiche, che riproducono o, meglio, tentano di farlo solo sul piano formale, il linguaggio e i criteri propri della scienza, ma che di scienza non hanno nulla, sono false, prive di contenuti autentici.

Normalmente entrambe le categorie sono sui social, online, e pur non mancando anche casi di editoria classica, è il mondo virtuale del web il loro ambiente naturale: niente censura, niente filtri, nessun controllo. Soprattutto per questo va posta maggior attenzione, perché le bugie pseudoscientifiche e gli atteggiamenti antiscientifici sono un sistema, non un bizzarro modo di porsi di qualche contestatore.

[ironia on] E mentre lo scrivo mi rendo conto di star agendo nello stesso mo(n)do. [ironia off]

Più volte sulle pagine di questo blog il famoso filosofo Karl Popper, probabilmente il fondatore della filosofia della scienza, è stato citato e si è raccontato qualcosa delle sue idee. Uno dei contributi più importanti e conosciuti è la sua visione della scienza, incentrata su una coppia di idee semplici, chiare e straordinarie.

Popper distingueva innanzi tutto la Scienza, con la S, dalla pseudoscienza appunto, qualcosa che si spaccia per scienza ma non lo è. Diciamo subito che per Popper la pseudoscienza non era necessariamente priva di significato ma comunque non considerabile come scienza: due esempi di pseudoscienza a lui cari erano la psicologia di Freud e la visione marxista della società e della storia. Sulla prima va detto che le critiche del filosofo nascevano dalla metodologia allora in uso nella psicanalisi, troppo legata al solo comportamento umano in risposta ad uno stimolo e priva di prove empiriche. Scienza purissima per Popper era d’altro canto il lavoro di Einstein. Ma a parte queste rare eccezioni, non del tutto condannate, pseudoscienza è sinonimo di falso. E pericoloso.

Richard Dawkins
Prendiamo ad esempio la teoria del cosiddetto Intelligent Design (Disegno Intelligente), sul cui contenuto il consenso della comunità scientifica è unanime: falso. Diffusissimo negli Stati Uniti, dove ha preso origine, molto meno da noi, vede in esso sostenitori che pur non negando direttamente l’evidenza scientifica a sostegno della teoria dell’evoluzione, riescono a mettere su una sorta di impalcatura formale che cerca di far passare un contenuto non scientifico come se lo fosse. Sono invece tematiche religiose, filosofiche, metafisiche, che negano tutto ciò che la scienza racconta da oltre un secolo e mezzo, chiamando in causa una sorta di progettista che avrebbe diretto l’evoluzione che quindi non sarebbe dovuta alla selezione naturale, al ruolo delle mutazioni.
(scusate la foto di Richard Dawkins, ma sono memorabili i suoi confronti con un arcivescovo di Westminster...a smontargli il disegno pezzo per pezzo!)

Coloro che costruiscono e mantengono argomentazioni pseudoscientifiche non sono degli sprovveduti, non sono dei buontemponi o degli inutili idioti come i terracazzari, come amo definire i terrapiattisti.

Ci sono siti sull’Intelligent Design, come questo nostrano (non fatevi abbindolare!), che sono bellissimi, fatti molto bene, curati nei dettagli e nelle grafiche, pieni di bellissime fotografie di animali e fossili, di argomentazioni geologiche, fisiche, chimiche, biologiche…ma se si va a scavare nel contenuto cancellando la sovrastruttura formale, ci si accorge che il loro scopo è condurti dentro la loro spiegazione, e sono bravissimi nel farlo, al punto che se si è privi degli strumenti critici la loro persuasività miete vittime facilmente.

Tutto ciò vale per qualsiasi argomento falso, come i diversivi pseudoscientifici che negano il cambiamento climatico, e molto altro ancora. A tale proposito, l’amico Aldo Piombino, ha recentemente scritto un bel post su coloro i quali ha definito molto tempo fa, con sagacia, climascettici. I dati sul riscaldamento globale sono da tempo inequivocabili e inattaccabili, ed allora costoro stanno passando dal negarli alla pura disinformazione. Ed ecco la pericolosità. Anche gruppi di stampo complottista o di estrema destra condividono il climascetticismo, ed a tale scopo hanno messo in pratica la loro abilità nel produrre disinformazione, tipico di qualsiasi pseudoscienza, proprio come la propaganda e le tecniche di denigrazione sono da sempre state usate dai regimi totalitari.

Le fake news quindi, lo ripetiamo, non sono tutte uguali.

Mettere in dubbio persino il significato dei dati che portano a pensare che una determinata teoria scientifica sia un «fatto», come fa lo scettico radicale, è analogo a quello che conduce a dubitare dell’esistenza stessa del mondo esterno. E il dubbio sull’esistenza di un mondo presuppone la volontà di ricercare come stanno le cose, e quest’ultima presuppone che ci sia un modo in cui le cose sono che, per lo scettico radicale, o non possiamo conoscere o è completamente illusorio. Ma anche l’essere illusorio rispetto a noi, se le cose stessero così, sarebbe qualcosa, sarebbe appunto il modo di essere del mondo. Un ragionamento simile in genere provoca il collasso del negazionista alla quinta riga: il più delle volte si ritira nel nulla, altre diventa aggressivo, e pericoloso.

La posizione «ormai è troppo tardi» è un'altra delle tipiche posizioni negazioniste a cui arriva o cerca di arrivare il negazionista tipico, o chi esprima scetticismo radicale. L'ultima posizione, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati «tanto ormai è tardi» buttato lì. Il negazionismo in cinque mosse.

Mettendo da parte la volontà o la necessità di non interagire più di tanto a contrastare le fake news che sono state definite innocue, buttate lì da gente che ha tempo da perdere, come reagire invece a quelle che pretendono di decidere sul comportamento sociale? Vaccini, alimentazione, cure alternative, persino sul cambiamento climatico, inondando la società di fesserie su robaccia come misteriose tecniche di manipolazione climatica, a cominciare dal ricchissimo filone delle cosiddette scie chimiche. Tutto ciò, soprattutto per i primi tre esempi, può nuocere gravemente alla salute altrui. E per restare in tema amo sempre ricordare come, il negazionismo portato avanti per decenni, scientemente e deliberatamente, dalle aziende produttrici di tabacco, abbia direttamente e indirettamente provocato milioni di morti per cancro in tutto il mondo e un numero ancora più alto di disabilità di varia natura, con aggravio incalcolabile della spesa sanitaria nazionale. E quanti quelli imputabili al negazionismo ambientale sui danni da inquinamento della grande industria, al negazionismo ambientale delle cosiddette Big Oil?

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Allo scopo di arginare la marea crescente molti gestori dei social si sono impegnati a filtrare e cancellare i contenuti palesemente falsi e pericolosi, ma il lavoro è enorme ed inefficace, eseguito per lo più da fallaci algoritmi automatici. Le segnalazioni dirette sono pochissime e spesso prive di seguito e accompagnate da un laconico messaggio «il contenuto non viola i nostri standard»…Il che mi ricorda una studentessa al suo esame di maturità, che scrisse sul tema, a carattere scientifico, una marea di clamorose fesserie…ma mi dissero che meritava un bel voto, perché scritto in italiano grammaticalmente e sintatticamente ineccepibile.

Qualcuno ha parlato di ricorso a sanzioni per le fake news costruite ad arte. Apriti cielo!

Qui da noi, in Italia, la tematica è tabù, non se ne può nemmeno discutere senza essere accusati di offesa alla libertà di espressione. Ma cos’è oggi la libertà di espressione? Considerando che la scienza non è democratica, semmai datocraticanon c’è nulla di più ostinato di un dato», Bulgakov) è libertà di espressione la licenza di mentire? È diritto d’opinione la licenza di offendere gli altri fino a minacciarli di morte?

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I padri fondatori del liberalismoJohn Stuart Mill, John Locke e il già citato Karl Popper, coloro che hanno fondato l'idea di libertà, in nessuna delle loro opere rendono la libertà priva di ambiti. La libertà di espressione, come tutte le libertà, non potrà mai essere assoluta e incontra dei limiti ben precisi: quando la propria libertà minaccia la salute degli altri in una situazione di contagio non è libertà, non c’è libertà di mentire.  Ma oggi nel dibattito pubblico, e soprattutto negli Stati Uniti, espertissimi in esportazione della loro libertà a scapito di quella altrui, ci si è dimenticati degli insegnamenti ricevuti. E tutto ciò porta, come danno sociale da evitare, a conseguenze paradossali e catastrofiche. Come quella che recentemente ha visto migliaia di abitanti del Nord Carolina che, dopo l’uragano Milton, a seguito anche della diffusione deliberata di menzogne, rifiutare gli aiuti governativi che sono arrivati successivamente, perché credevano a teorie cospirazioniste secondo le quali l'uragano era stato iniettato, prodotto da una sorta di stato sommerso ed eversivo, con il solito Soros di mezzo.

Le teorie complottiste quindi, che alimentano la negazione, ecco che escono dal mondo virtuale e arrivano a condizionare i comportamenti delle persone.

Va urgentemente trovato un modo di combatterle efficacemente, ed il compito è arduo. Difficile perché le fake news hanno molte concause loro alleate: fragilità educativa, scarsa attenzione all'evidenza dei fatti, risentimento, sfiducia generalizzata di una parte della popolazione nelle istituzioni, ed anche la scienza è, giustamente, percepita come un'istituzione; nel nostro paese il tutto è aggravato da una situazione disastrosa in termini di capacità cognitive minime, come denunciato dall’ultimo rapporto del Censis, e da un dilagare di analfabetismo funzionale spaventoso.

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Le fake news inoltre sono costruite in modo tale da essere convincenti, sono realizzate tutte affinché abbiano un certo grado di finalismo (ne ho scritto ampiamente in una serie di tre post): sono strutturate e fatte allo scopo di indurci a credere, alimentando la nostra naturale propensione a farlo, in concetti quali quelli legati alla volontà del mondo scientifico di tenerci all’oscuro ora di questo, ora di quello, allo scopo (il fine…) di mantenere uno status quo di oppressione della minoranza. Parafrasando un bel libro siamo nati per credere, con una mente che produce sistemi di credenze per auto-consolarsi ed evitare contenuti controintuitivi, argomenti da razionalizzare con difficoltà, con un processo logico complicato. Cade un fulmine e incenerisce un malcapitato? Era una punizione divina, ovvio.

È paradossale ma ci sono persone disposte ad accettare senza batter ciglio le stranezze della meccanica quantistica (niente di più controintuitivo al mondo!), la teoria della relatività di Einstein, ma che assumono, spesso per imitazione, posizioni scettiche, anche radicali, su altri settori della scienza, soprattutto quelli che riguardano da vicino il genere umano. Non faccio fatica a pensare che le numerose aggressioni al personale medico e paramedico siano conseguenze estreme del negazionismo, delle menzogne, delle fake news insomma. Dell'ignoranza popperiana citata.

Per spiegare l’evoluzione e la biodiversità cosa c’è di meglio di un progetto divino o di una misteriosa tecnologia aliena al posto di complicate e noiosissime nozioni di statistica, di cose invisibili come il DNA, della struttura delle proteine? Tutte cose che vanno in qualche modo fatte vedere a chi ci ascolta.

E questa è un’ulteriore difficoltà, aggravata dall’essere ormai immersi in questo mondo delle fake news, delle scorciatoie semplificatorie e persuasive, al punto che oggi ha una sua nicchia ecologica perfetta qual è il web, dove è saltata del tutto una serie di controlli, dove a chiunque scriva non viene chiesto di presentare un documento quando esprime commenti osceni, offensivi, persino violenti; dove l’autore o l’autrice di un’affermazione qualsiasi spacciata per scientifica, nel falso ed ipocrita diritto d’opinione, può scrivere qualsiasi cosa senza dover presentare, come accade nella comunità scientifica, le credenziali corrette e la validazione indipendente. Tutti chiusi in bolle di autoconferma e in un mondo che oggi viene definito, non a caso, tribalismo digitale, il luogo delle bolle informative che ci rinchiudono dentro un’unica visione del mondo; l’ambiente dove prendono forma i discorsi d’odio; il contesto in cui circolano teorie cospiratorie; il frame formale che rimanda ad un frame informale, il dark web, dove proliferano illegalismi di ogni genere.

Con il cervello chiuso in una sfera così tecnologica a cercare di nuovo la sua vecchia tribù, la piccola comunità di quelli che la pensano tutti come te e che continuano a confermare i tuoi pregiudizi, che continuano a dire che hai ragione e non ti danno mai torto.  Le tribù, ancorché digitali, sono tornate, ognuna di esse chiusa in un’esclusiva camera dell’eco che rilancia e amplifica, proprio come farebbe una cassa di risonanza, ogni singola parola; selezionando e dando credito solo alle informazioni che sostengono le loro opinioni, ignorando quelle contrarie o sostenendo che la prova contraria sia falsa, o assegnando alle prove ambigue valore di sostegno indiscutibile alle loro teorie esistenti. Circoli esclusivi di persone a cui nuove informazioni, invece di cambiare le loro errate convinzioni (in modo più o meno doloroso), hanno l'effetto di renderle ancor più solide. Tutte cose studiate e catalogate da scienziati e sociologi, bias di conferma, backfire effect e altro ancora. I temi prediletti di queste bolle? Vaccini, cambiamento climatico, evoluzione, alimentazione, prevenzione, virus ingegnerizzati, clima ingegnerizzato…che ve lo dico a fare?

CC BY-NC-ND-Giacomo Milazzo

Ecco perché ogni qual volta viene proposto un contenuto antiscientifico o pseudoscientifico, o semplicemente si deve ribattere una fake news, non basta semplicemente smentirla, affermarne la falsità o l’errore, mostrare grafici e dati, chiamare in causa il consenso della comunità scientifica, ribadire il ribadito. Tutto questo non basta e si rischia di generare polarizzazione, convincendone qualcuno ma lasciando molti altri ancor più radicalizzati e contro. Le fake news non vanno soltanto smentite, vanno smontate, pezzo per pezzo, spiegando come sono costruite, quali sono i loro trucchi, quali i modi per identificarne velocemente la fallacia. A cominciare dai giovanissimi perché crescano preparati a proteggersi dalla menzogna deliberata. È dimostrato che le tecniche cosiddette di rebuttal, di confutazione dei contenuti social menzogneri, riescono a mitigare l’influenza del negazionista della scienza.

È un lavoro arduo e complesso, ma occorre fornire gli antidoti. Non basta dire è falso, come in un processo penale la difesa non si limita ad affermare la falsità dell’accusa, ma la smonta e la ricostruisce, con tenacia e pazienza, fino a dimostrarlo inequivocabilmente. E anche se in termini assoluti si potranno convincere una minoranza sarà comunque una vittoria del metodo scientifico. Pur rischiando di predicare ai convertiti. 
Ma, ad evitare che anche il mondo scientifico abbia una sua personalissima bolla, questa è una storia che vedremo in un prossimo post. 

Nella sesta ed ultima edizione (1872) de "L'origine delle specie", Charles Dawin si impegnò, con una profonda revisione, a renderla più comprensibile a un pubblico vasto e integrata con un nuovo capitolo di risposte argomentate e dettagliate alle critiche raccolte nei dodici anni trascorsi dalla prima edizione.

Con una clausola restrittiva, all'inizio del settimo capitolo, Darwin si dichiarò disposto a rispondere a tutte le obiezioni, purché l'interlocutore sia in buona fede e si sia preso la briga di comprendere l'argomento.

Sulla base di questo criterio, molto ragionevole, oggi non si dovrebbe rispondere a gran parte delle presunte "obiezioni" degi antievoluzionisti e, per estensione, dei negazionisti e degli scettici radicali.

L'Italia (che) affoga - Seconda parte

[Nota] - Nella prima parte di questo post sono state esposte considerazioni di carattere generale, utili soprattutto a collegare i messaggi e gli ammonimenti che la comunità scientifica manda continuamente, colpevole forse di non essere in grado di farsi ascoltare come dovrebbe. In questa seconda ed ultima parte, sono invece state analizzate le conseguenze delle modifiche dovute alla antropizzazione, ovvero l’insieme degli interventi di trasformazione e alterazione che l'uomo compie sul territorio allo scopo di adattarlo ai propri interessi e alle proprie esigenze.

E ricordiamo sempre che anche se è molto facile attribuire ogni evento estremo al cambiamento climatico, questo non è la causa, ma l'effetto. Le cause vanno cercate nelle nostre abitudini energetiche, produttive, alimentari. E prima ancora nelle tre principali fonti di energia: carbone, gas naturale e petrolio.

Troppi meandri? Un bel taglio e via.

Meandri attivi, in corso di abbandono e abbandonati
Una delle prime azioni che l’uomo ha condotto nell’opera di modifica del reticolo idrografico è stato rettificare il corso dei fiumi: al diminuire della tortuosità di un corso d’acqua, che si esprime alla massima potenza proprio al suo arrivo in pianura, diminuiscono le distanze da percorrere, cosa utilissima per il trasporto merci via fiume, liberando al tempo stesso dall’acqua superfici da destinare all’agricoltura. Appare ovvio che all’aumentare delle precipitazioni la portata delle aste fluviali diventa insufficiente e i pericoli di esondazione aumentano. Le pianure inoltre hanno pendenze estremamente basse, a poche decine di chilometri dal mare possono arrivare anche a quote inferiori ai 10-15 metri, con argini che spesso agiscono come dighe a causa della loro maggiore altezza del territorio stesso. Pensate per un momento al delta del Mekong: 40.000 km2 di territorio con un’elevazione media di appena 2 metri sul livello del mare!
Valle di Nubra, Ladekh


Drizzagno del Tevere a Spinaceto, Roma
La rettificazione degli affluenti che scendono dai versanti, più veloci per via delle pendenze sensibilmente maggiori, non solo comporterà incrementi nelle portate non gestibili dal corso principale, ma la loro velocità può essere tale da provocare l’abbattimento di ponti.

Persino Galileo Galilei, dati e misure alla mano, sapeva che rettificare i corsi d’acqua non avrebbe portato che guai! Aumento della velocità, affluenti le cui foci si trovano ad essere ravvicinate e che quindi scaricano le piene quasi contemporaneamente nel corso d’acqua principale, riduzione del volume totale di acqua contenibile, alvei ristretti e, ripetiamolo, la cancellazione del reticolo idrografico a seguito di bonifiche diminuisce drasticamente il tempo di corrivazione, ovvero il tempo che l’acqua piovuta in un certo punto impiega per raggiungere il punto di chiusura del bacino: in altre parole, l’acqua piovana non incanalata scorre più velocemente sul terreno e come effetto collaterale importante non riesce a contribuire come dovrebbe alla ricarica delle falde.

Qui a Roma molto spesso si cita il famoso “drizzagno” del Tevere che, negli anni Trenta, anche per un progetto poi abbandonato di realizzazione di due idroscali, fu realizzato a colpi di dinamite per tagliare via un meandro quasi strozzato. Ebbene, a lungo termine, l’aumentata velocità del corso d’acqua ha contribuito alla diminuzione dei depositi costieri aggravando il fenomeno di erosione delle spiagge.

Acque scomparse
In passato, nelle pianure alluvionali, era piuttosto comune che buona parte del territorio fosse occupato da aree paludose o lagunari in prossimità delle coste, e queste avevano il compito di ospitare parte delle acque in eccesso, agendo come le moderne casse di espansione.

Ma in passato, a fronte delle necessarie e salutari opere di bonifica e prosciugamento delle aree di palude, si aveva l’accortezza di mantenere un reticolo di canali a costituire un serbatoio atto a gestire gli eccessi meteorici e utile a scopo irriguo. Nelle aree urbanizzate nate su aree un tempo paludose molto spesso si è completamente cancellato questo reticolo idrografico andando a costituire un’aggravante alla impermeabilizzazione del terreno.

Per non parlare dei tombamenti di fossi e rigagnoli, se non addirittura a volte veri e propri torrenti: canalizzazioni sotterranee di cui spesso non rimane nemmeno il ricordo, che rappresentano delle vere e proprie bombe ad orologeria in grado di attivarsi anche senza un evento alluvionale importante o storicamente rarissimo. 



Consumo di suolo
Andando ad esaminare i dettagli si scopre che in occasione di quasi tutti gli eventi alluvionali il “consumo di suolo” ha un ruolo primario. Il consumo di suolo è un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale. Il fenomeno si riferisce, quindi, a un incremento della copertura artificiale di terreno, legato alle dinamiche insediative. Un processo prevalentemente dovuto alla costruzione di nuovi edifici e infrastrutture, all’espansione delle città, alla densificazione o alla conversione di terreno entro un’area urbana, all’infrastrutturazione del territorio. Consumo dunque, uguale impermeabilizzazione.

In Italia questo ha ormai assunto valori impressionanti e procede inarrestabile al ritmo di 19 ha/gg (0,19 km2/gg), che fa circa 2 m2/s, per un consumo pari al 7% del territorio, qualcosa come 20.000 km2 su 300.000, e di questi oltre 5.000 rappresentati dai soli edifici. Ogni anno vanno perduti quasi 80 km2 di territorio.

E poi ci sono zone del paese che sanno fare anche di peggio. In alcune aree da un anno all’altro si sono registrati incrementi nel consumo di suolo anche superiori al 30%, con espansioni urbanistiche velocissime e che, immemori spesso in mala fede, hanno interessato aree che in passato sono state già colpite da alluvioni.

Bonifiche


A proposito di assenza completa di memoria storica altrettanto spesso, nella furia edilizia delle urbanizzazioni, soprattutto quelle avvenute a cavallo della seconda metà del XX secolo, non si è affatto tenuto in debito conto la situazione preesistente alle bonifiche medievali e rinascimentali. Vale la pena di citare Boccaccio:

Prima che Fiesol fosse edificata
di mura o di steccati o di fortezza,
da molta poca gente era abitata:
e quella poca avea presa
l’altezza de’ circustanti monti,
e abandonata istava la pianura
per l’asprezza della molt’acqua e ampioso lagume
ch’ai pie de’ monti faceva un gran fiume
(Ottava 5 del Ninfale Fiesolano, 1344 ca.)

E che razza di palude fosse lo testimonia anche Annibale, che se la trovò di fronte una volta sceso dall’Appennino e che, perso anche l’ultimo elefante, lui stesso pare ci perse un occhio per una malattia ivi contratta.

Ammettiamo che le paludi, pur essendo paradisi di biodiversità, dal punto di vista umano sono pericolose e inutili, altrimenti non si giustificherebbero gli enormi sforzi fatti, ad esempio, dall’imperatore Claudio nel I sec. ev per bonificare la Piana del Fucino con un ardimentoso e spettacolare sistema di canalizzazioni sotterranee.

Persino Dante ne aveva una pessima opinione tanto che, a fronte dei fiumi  ovunque, mette una palude solo nell’Inferno.

Ma se da una parte le bonifiche hanno fatto guadagnare spazio alle attività umane, hanno consentito l’eradicazione di malattie come la malaria, hanno dall’altra sottratto spazio a disposizione dei fiumi per divagare a piacimento nelle pianure. Le uniche lagune storicamente mantenute furono quella di Venezia, a scopi difensivi, e prima ancora quella che circondava Ravenna per gli stessi motivi, allorquando, alla caduta dell’Impero Romano ed al declino di Roma, vi spostò la capitale.

Le bonifiche in Italia hanno contemporaneamente date di avvio molto antiche, sin durante l’Impero Romano che piuttosto recenti, come ad esempio nell’agro romano e pontino e le bonifiche in Sardegna.

Ma in ogni caso, soprattutto quelle a partire dal XVI secolo in poi, hanno comportato quasi dappertutto la rettificazione di quasi tutte le aste fluviali affiancata alla creazione di un reticolo idrografico accessorio.

Azioni che rispondevano perfettamente alla logica di quei tempi, come predetto, tanto per cominciare per ridurre la distanza per favorire i trasporti ed aumentare la superficie disponibile per l’agricoltura in aree che, essendo intorno ai fiumi, erano estremamente fertili. Sono pochi i fiumi che, nei pressi di aree urbanizzate, presentano ancora tracciati curvilinei.

Non va nemmeno dimenticato che l’intervento umano, inoltre, risolve molto spesso oggi ciò che domani potrebbe essere un problema. Ci sono innumerevoli esempi storici svoltisi nel corso di secoli già a partire dal Medioevo: le opere effettuate sul Delta del Po che altrimenti non sarebbe affatto esistito o quanto meno avrebbe una forma completamente diversa, la mutata idrografia della Romagna, la trasformazione del territorio facente capo a Milano con la realizzazione di vie d’acqua prima inesistenti. Grazie alla sicurezza idrica creata da quegli interventi sono aumentati produttività agricola e industriale, creando flussi di immigrazione e aumento del benessere, fino al punto che le difese idrauliche hanno permesso alla popolazione di dimenticarsi cosa fosse il territorio d’un tempo e il motivo per cui furono realizzate. E questa perdita di memoria la scontiamo oggi, soprattutto sottraendo territorio alle acque.

In caso di precipitazioni estreme che, si ribadisce, saranno sempre più frequenti, i fiumi non saranno in grado di accogliere e far defluire la quantità d’acqua in eccesso, perché tutte le azioni finora viste ne hanno ridotto sensibilmente il volume a
disposizione, con l’aggravante che l’acqua in eccesso viaggia molto più velocemente attraverso strade e fognature anziché permeare il suolo e passare per i canali.
Nelle fasi acute degli eventi atmosferici, quanto un tempo si sarebbe fermato nelle paludi, nei canali di bonifica e nelle lagune, oggi, a causa della estremizzazione di questi eventi, spesso non è più possibile sia perché non trova più né paludi né canali, sia perché quanto esistente non è in grado di sostenere il carico idrico.






Come ti faccio sparire il fiume
A partire dal XIX secolo, ma soprattutto durante i periodi di massima espansione delle aree urbanizzate e/o industriali, praticamente tutte le città italiane hanno avuto diversi periodi di boom edilizio: aggravato spesso dalla mancanza di un piano regolatore, dall’abuso e dal mancato controllo amministrativo. Durante questo periodo era piuttosto comune, rispondendo alle logiche del momento, accompagnare l’espansione al tombamento di diversi corsi d’acqua per aumentare lo spazio superficiale a disposizione su cui costruire edifici, e molto più spesso strade che, in questo modo, non avrebbero tolto spazio all’edilizia.

Ogni tombamento è un ordigno innescato pronto a saltare. I corsi d’acqua costretti a scorrere in canali sotterranei chiusi hanno sezione idraulica ridotta e possono andare soggetti a ostruzioni, ma la cosa peggiore è che spesso non se ne conosce nemmeno l’esistenza aggravando la già bassa percezione del rischio. Non vedendo il corso d’acqua in superficie e magari anche non avendone memoria, ci si sente al sicuro. Comica se non fosse tragica la foto a fianco: un canale tombato per farci sopra una ciclabile.

Ed anche grazie alla recente lettura e recensione di un bellissimo libro sui misteri sotterranei di Palermo, mi tornano in mente i due fiumi perduti del capoluogo siciliano, il Kemonia e il Papireto, due vere e proprie bombe ad orologeria sotto i piedi dei palermitani.

Durante eventi alluvionali importanti assistere al sormonto dell’imboccatura del tombamento da parte dei corsi d’acqua può essere normale, come costringere una secchiata d’acqua a passare attraverso uno stretto tubo, e una volta sormontata, l’acqua continua a scorrere sulla strada che vi è stata realizzata sopra; ma la cosa peggiore è assistere allo scoppio di queste canalizzazioni sotterranee.

Infine gli argini, che rappresentano una costrizione al corso ed un contenimento alle tracimazioni, in caso di eventi estremi vanno soggetti alle classiche rotte o a sormonti, aggravati dal fatto che i corsi d’acqua delle nostre pianure sono spesso pensili, ovvero scorrono a quote superiori a quelle del piano campagna.

La piana si difende dal monte


Eliminare i tombamenti è pressoché impossibile, visto che ci si è costruito sopra strade e a volte edifici, o non se ne conosce nemmeno la presenza. Gli argini devono essere sottoposti a controlli periodici e manutenzione, e mantenuti puliti, ad evitare di mettere a disposizione del corso d’acqua materiale che possano contribuire alla rottura di parti di questi; se invece il problema sono i sormonti è evidente che si è in presenza di insufficienza di portata. In tal caso tornano utili gli interventi di controllo e regimazione a monte delle acque, in modo che possano defluire in casse di espansione.

La possibilità teorica migliore per mitigare le piene è realizzare un sistema di briglie e chiuse nei pochi tratti privi di urbanizzazione, uniti magari a canali diversivi che mettano al sicuro le aree urbane.

Purtroppo l’uso del suolo a scopo civile, industriale e commerciale è così caotico e disordinato che realizzare questo tipo di invasi ha difficoltà enormi, spesso aggravate dal fatto che i territori a monte risiedono in aree amministrate da enti, province e comuni, diversi da quelli a valle, creando ulteriori problemi dati da conflitti burocratici e gestionali se non un vero e proprio disinteresse da parte di coloro che stando a monte, che non capiscono perché dovrebbero preoccuparsi di coloro i quali stanno a valle.

Non ultima una attenta manutenzione della vegetazione delle rive e delle aree golenali. E’ infatti un altro fattore di criticità idraulica che si innesca al seguito di eventi estremi: l’enorme quantità di vegetazione sradicata, o comunque indebolita dalla piena, va ad ingolfare i corsi d’acqua minori creando sbarramenti temporanei il cui collasso potrebbe provocare onde di piena con conseguenze imprevedibili. Ironia della sorte, non sono infrequenti i casi nel nostro paese, in cui gli interventi di manutenzione hanno dovuto combattere un quadro normativo che li considera…attentati alla conservazione dei valori naturalistici del corso d’acqua!

Last but not least…a chi sta pensando che non s’è parlato del dragaggio dei corsi d’acqua, panacea di tutti i mali idraulici, faccio rispondere ancora ad Aldo Piombino. No, dragare peggiora le cose!

In tutto questo il nostro paese dimostra di saper creare enti sorprendentemente utili, come le “Autorità di bacino” o le “Comunità montane” ma di vederli fallire nel momento dell’azione che deve seguire all’individuazione delle cause, perché non hanno potere normativo ed esecutivo alcuno, nemmeno spesso nei confronti delle centinaia di comitati e comitatini, spesso di tipo NIMBY, che alimentano ora l’ambientalismo da salotto, ora la politica populista e di pancia.

E così dimenticando l’antico adagio che recita «la piana si difende dal monte»

Conclusione

Il regime meteo-climatico ormai diventato la norma vede quindi divenire sempre più frequenti fenomeni particolarmente intensi, mettendo quindi in crisi la già ridotta capacità dei corsi d’acqua, che sono stati dimensionati storicamente per portate di piena non di questa entità.

A questo si aggiungano gli effetti dell’abbandono del territorio collinare e montano, e con esso delle opere puntuali di regimazione idraulica che in secoli di lavoro l’uomo vi aveva costruito capillarmente e che avevano la funzione non solo di intercettare e convogliare ordinatamente le acque scorrimento superficiale verso valle, ma anche di rallentarne la velocità.

Occorre comunque una revisione e un rifacimento delle briglie e dei muri di sponda dei corsi d’acqua, perché le antiche briglie in pietrame a secco, perfettamente idonee per gli eventi passati, oggi non reggono più l’urto offrendo una limitata resistenza alla forza della corrente. Si creano quindi spesso enormi accumuli di sedimenti, anche in pietrame di grandi dimensioni, allo sbocco di torrenti laterali, che vanno inoltre ad occludere tombini e tombamenti sottostanti ad aree edificate, od a provocare i cosiddetti sorrenamenti, ovvero trasporto e deposito di materiale detritico in corrispondenza dei tratti terminali dei corsi d’acqua.

I problemi di un qualunque evento alluvionale sono comuni a quasi tutti gli eventi dello stesso tipo del nostro paese. Non possiamo certamente fermare gli eventi atmosferici estremi; è quindi necessaria un'attenta opera adeguata al limitarne al massimo le conseguenze, e soprattutto far comprendere alla popolazione che vive nelle aree che in passato sono state faticosamente strappate alle acque, che in qualche modo devono da queste difendersi. Ma, da questo punto di vista, la speranza che venga a crearsi davvero una maggiore attenzione preventiva al territorio ed alle esigenze naturali dei corsi d'acqua che lo percorrono, sembra diminuire di alluvione in alluvione.

Per quanto possano certamente verificarsi eventi di portata tale da essere incontenibili, è sufficiente un attenta opera di regimazione e manutenzione della porzione montana dei bacini fluviali, per mitigarne gli effetti. Molto spesso, passata un’alluvione, ci si rende conto che quanto era stato costruito in passato, e valido allora ma non più oggi, è andato quasi completamente distrutto, eliminando il sistema di regimazione idraulica dei corsi d’acqua minori. Venendo meno l’effetto stabilizzante/regimante sugli alvei di briglie e muri di sponda si instaura una condizione di pericolo idrogeologico cronico e, in queste condizioni, persino un evento meteorico minore può innescare nuove criticità. Il lavoro di ricostruzione di tali opere, sempre che lo si avvii, è lungo e faticoso, trattandosi spesso di centinaia di queste anche nei bacini minori.

La gestione idrografica a monte non è quindi né meno rilevante o meno prioritaria di quella a valle. Ma insieme a quella di valle costituiscono un sistema integrato e solo con un approccio delle stesso tipo si può pensare di riuscire in un certo qual modo a mitigare gli effetti della nuova normalità climatica.

Senza dimenticare, come detto in apertura, che anche il nostro paese è predisposto per andare soggetto a fenomeni come quanto accaduto in Spagna.

Epilogo

Vale infine la pena ricordare quanto avevo già scritto nelle conclusioni di questo mio post un anno fa.

Il cambiamento climatico va affrontato con una sfida relativa alla gestione del paese, che va spiegata ai cittadini perché ciò che oggi definiamo emergenza rappresenta qualcosa che sarà molto più comune in futuro.

Il dibattito odierno è bloccato su posizioni pressoché dogmatiche, inutili e sterili. Da una parte c'è chi dice che l'agire deve avvenire solo in risposta al rischio evidente di catastrofe climatica, posizione stupida perché quando e se coloro che la sostengono avranno avuto ragione sarà troppo tardi per le reazioni; d'altra parte, gli oppositori più che far finta di nulla non esprimono, accusando di catastrofismo i primi. Possiamo discutere sull'utilità, soprattutto politica, di una narrazione catastrofista, ma non possiamo negare che, ad esempio, se non verrà posto un freno o un limite alle emissioni di gas serra i ghiacci dell'Artico e della Groenlandia si scioglieranno, e, una conseguenza tra le centinaia possibili, il conseguente innalzamento del livello del mare allagherà la Pianura Padana fino a Piacenza.

La scienza non deve legittimare le scelte politiche, perché la tecnologia, sua derivazione, è fonte di potere, ma è indiscutibile che deve fornire i mezzi per supportarle, per guidarle; e la politica al tempo stesso deve innanzitutto fare in modo che il linguaggio scientifico sia reso accessibile alla cittadinanza, sia capito in modo che questa possa sostenere e legittimare le scelte politiche, affinché le scelte condivise siano sottoposte al vaglio della comunità.

I risultati scientifici sono comunque chiari: il clima sta cambiando, anzi, è cambiato. Resta da capire quanto. E va ulteriormente ribadito che questi risultati non derivano da domande poste da ambientalisti in cerca di conferme alle loro tesi particolari ma derivano da interrogativi che nacquero quando si cercava di capire come funziona il sistema, senza scopi politici reconditi, quando la climatologia muoveva i primi passi. Come veicolare questi risultati al grande pubblico è fondamentale, bombardato continuamente dalla diffusione di false notizie amplificate dalla cassa di risonanza dei social realizzate perlopiù per strumentalizzare, in un'epoca di incremento del disinteresse e dell'ignoranza generalizzata. La climatologia ha già fatto la sua parte, occorrono adesso scelte che non siano solo basate su principi di precauzione, notoriamente inutili in questi casi perché non indicano una strada univoca.

Si deve mobilitare la responsabilità individuale come accadeva nei primi anni 90 durante i quali le pressioni della comunità internazionale spingevano, a fronte della paura dell'aumento di dimensioni del cosiddetto “buco nell'ozono”, affinché fossero ridotte o eliminate le emissioni di freon.

Sappiamo che i cambiamenti sono già in atto, vanno gestiti.

Un'ulteriore complicazione deriva dall'aumento della distanza tra i contenuti scientifici e la politica. E ciò si aggrava alla luce delle fratture geopolitiche del XXI secolo che minacciano le istituzioni multilaterali stesse e con esse la comunità scientifica internazionale, aumentando il rischio da una parte che ridurre il perimetro della condivisione della conoscenza vada a ridurre le capacità di azione delle comunità più deboli o che l’accentramento di questa nelle mani dei paesi più ricchi, possa creare dei monopoli di potere pericolosi. Si pensi ad esempio proprio alla climatologia, che si avvale ormai di un'infrastruttura computazionale gigantesca, di scala industriale, accessibile a pochi paesi e centri di ricerca.


I tecnici dovranno ulteriormente guadagnarsi la fiducia di una cittadinanza abituata a non sapere della loro esistenza e a dubitare della legittimità delle loro opinioni. I problemi potranno essere risolti in maniera condivisa quando saranno chiare a tutti le definizioni tecniche e la gravità della situazione. Se la cittadinanza non percepirà la propria responsabilità nel contribuire a soluzioni condivise tutti gli sforzi saranno vani, ancora di più in un paese come il nostro che ha sempre faticato a fare dell'educazione civica il pilastro centrale della scolarizzazione.

Dopo tutto, la formula di valutazione del rischio, genericamente dato, è semplice. S’intende la probabilità per cui un pericolo crei un danno e l'entità del danno stesso. Come riassunto nella tabella riportata in precedenza il rischio connesso a un determinato pericolo viene calcolato mediante la formula: R = P x E Quindi il rischio (R) è tanto più grande quanto più è probabile (P) che accada l'incidente e tanto maggiore è l'entità del danno (E). Le probabilità che eventi in grado di procurare danni notevoli si verifichino sta aumentando, è già aumentata come, ripetiamolo, normalità statistica. Non mi sembra così difficile da capire.

Nelle immagini seguenti esempi di consumo di suolo e modifica radicale del territorio

Nella prima immagini di parte di una zona a nord di Roma nel 1934 e nel 2024.
Nelle successive immagini del Secchia e dell’Enza (Emilia Romagna) nel 1954 e nel 2023.

(elaborazione personale)
(pubblicata su Facebook
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Riferimento bibliografico e fonte di ispirazione:
Gli eventi alluvionali nel novembre 2023 in Toscana. Cronaca di un evento meteo climatico "ordinario" in Val Bisenzio. (M. Fazzino, A. Piombino, D. Pozzi, F. Stragapede)
Su Geologia dell'Ambiente 3/2024, Periodico trimestrale della SIGEA, Società Italiana di Geologia Ambientale

Il ritorno...dei punti di non ritorno

 

La posizione degli elementi di inversione climatica nella criosfera (blu), nella biosfera (verde) e nell'oceano/atmosfera (arancione) e i livelli di riscaldamento globale ai quali i loro punti di non ritorno saranno probabilmente innescati (Science, 2022)

Ho avuto già modo di parlare dei cosiddetti tipping points (innanzi tutto qui, oppure con una generica ricerca del tag), ovvero i punti di non ritorno; considerando che quello scientifico è comunque un percorso in continuo cambiamento sarà il caso di tornarci su brevemente perché, quello dei punti di non ritorno, man mano che gli impatti ambientali dei cambiamenti climatici (il plurale è d’obbligo) diventano sempre più evidenti, rappresentano un ambito di interesse crescente.


Rapporto tra aumento della temperatura media dell'atmosfera e raggiungimento di determinati punti di non ritorno.
In evidenza il valore di 1,5 °C stabilito dall'Accordo di Parigi (The Guardian)

Il grafico precedente è autoesplicativo: mostra una serie di punti di non ritorno che rischiano di essere raggiunti o violati anche nel caso in cui gli aumenti della temperatura globale vengano mantenuti entro i limiti dell'obiettivo del famoso “Accordo di Parigi” che, ripetiamolo, ha un obiettivo a lungo termine di mantenere l'aumento della temperatura media globale «ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitare l'aumento della temperatura a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali».

Eppure, già nel 2023, ed ancora nel 2024, il mondo ha superato quel limite per la maggior parte dell’anno, se non per tutto, mettendo quindi in discussione la fattibilità a lungo termine del raggiungimento di quell'obiettivo. Nella recente COP29 l’effettiva volontà nel perseguire questo obiettivo è emersa in tutta la sua evidenza. 

Alcuni punti di non ritorno sono più a rischio di altri e, stando a quel che si è potuto evidenziare finora, sembra che i processi siano già partiti. Il che porta ad una considerazione inevitabile: l’inerzia del sistema climatico nell’adattarsi o nel reagire ai cambiamenti è tale che anche qualora riportassimo adesso le temperature ai livelli preindustriali l’effetto lo avremmo soltanto a posteriori, ma molto a posteriori.
Il grafico riassuntivo seguente è chiaro (in ascissa l’anno di riferimento): che ci si fermi subito (2050) ad una percentuale di biossidi di carbonio pari 450 ppm, prevista per il 2050, o si continui imperterriti fino a 1200 ppm (2100) si avrebbe dapprima una rapida diminuzione di CO2 del 20 percento in circa un secolo, dovuta all’assorbimento da parte della biosfera, e che la restituirà circa un altro secolo dopo; ma passato questo periodo iniziale avremo comunque, dopo circa altri 1000 anni, il valore iniziale di 280 ppm (livello preindustriale) maggiorato di circa un 40% in eccesso. Studi simili dimostrano scenari analoghi pur partendo da ipotesi diverse.

I punti di svolta più a rischio sono discussi di seguito (con ulteriore discussione in un rapporto su Science. Per chi volesse approfondire qui c’è un articolo pubblicato su Science nel settembre 2023.


Collasso e fusione della calotta glaciale della Groenlandia
Gli scienziati ritengono che la calotta glaciale della Groenlandia si scioglierà inevitabilmente, anche se l’utilizzo di combustibili fossili cessasse adesso. Il riscaldamento globale raggiunto ad oggi porterà a un innalzamento del livello causato dalla fusione di qualcosa come 1014 tonnellate di ghiaccio. Se il fenomeno dovesse interessare le altre calotte glaciali l’innalzamento del livello del mare sarebbe di diversi metri. Ricordate quanto scrivevo sul delta del Mekong? Così, giusto per fare un esempio.

Il solo riscaldamento causerebbe un aumento minimo di 27 cm perché si tiene conto solo del riscaldamento globale attuale e non di quello futuro; altri fattori che determinano la perdita di ghiaccio sono dovuti alla conformazione dei margini della calotta glaciale. Il sollevamento pari a 27 cm si verificherà inevitabilmente nel tempo, in quanto è dovuto al riscaldamento globale già verificatosi, come illustrato nel grafico precedente: si è superato il punto da cui non si può più tornare indietro.

Tutti i dati, da qualsiasi punto di vista li si voglia guardare, indicano che la fusione dei ghiacci groenlandesi procede in modo accelerato, dovuto non solo al riscaldamento dell’atmosfera, ma anche al crollo dei ghiacciai in corrispondenza della costa, a contatto con le acque sempre più calde e ad una sorta di effetto lubrificante alla base dei ghiacciai, osservato di recente, dovuto alla fusione delle superfici di base a contatto con la roccia, in grado di accelerare lo spostamento dei ghiacciai verso il mare.

Miliardi di persone vivono nelle regioni costiere, il che rende le inondazioni dovute all'innalzamento del livello del mare uno dei maggiori impatti a lungo termine della crisi climatica. Se gli anni record di fusione che interessano la Groenlandia diventeranno un evento di routine entro la fine di questo secolo, allora la calotta glaciale produrrà un aumento del livello del mare di 78 cm.

Un aumento anche solo di una decina di centimetri ha effetti importanti in termini di aree costiere soggette ad inondazione ed erosione costiera.

Infine, ci sono prove del fatto che, circa 400.000 anni fa, con temperature più alte di 2-4 °C rispetto ad oggi, la calotta glaciale groenlandese scomparve del tutto, e il livello del mare aumentò di ben 7 metri! Circa 100.000 anni fa, con temperature che raggiunsero quei livelli sono per breve tempo, la fusione causò un innalzamento di 3,5 metri. Anche se le incertezze restano grandi non c’è motivo di sentirsi sollevati.

L'acqua di disgelo scorre dalla calotta glaciale nella baia di Baffin vicino a Pituffik, nel nord della Groenlandia. (Kerem Yücel/AFP/Getty Images)

Collasso e fusione della calotta glaciale dell'Antartide occidentale         

Il ghiacciaio Thwaites nell'Antartide occidentale potrebbe da solo innalzare significativamente i livelli del mare: viene attentamente monitorato per il pericolo potenziale che potrebbe rappresentare, dato che, se scivolasse nell'oceano, potrebbe causare l'innalzamento globale del livello dei mari di oltre mezzo metro, aprendo poi la strada allo scioglimento di tutto l'Antartide occidentale.

A marzo 2022 è crollata la banchisa Conger nell'Antartide orientale. Le piattaforme di ghiaccio che costituiscono le banchise agiscono come tappi che controllano i flussi di ghiaccio dalla terra al mare. Il ghiacciaio Thwaites agisce in modo simile, come un collo di bottiglia che protegge la calotta glaciale dell'Antartide occidentale. Se questa calotta glaciale dovesse sciogliersi completamente, aumenterebbe i livelli del mare di circa tre metri.

A dicembre 2021 la piattaforma di ghiaccio di fronte al ghiacciaio Thwaites mostrava enormi crepe, il che indicava che la piattaforma di ghiaccio antistante avrebbe potuto disintegrarsi entro un decennio, lasciando il ghiacciaio senza protezione. Il ghiacciaio Thwaites ha un'area delle dimensioni della Florida e contiene abbastanza ghiaccio da innalzare da solo il livello del mare di circa 60 cm.

È difficile figurarsi le dimensioni degli iceberg da quelle parti finché non li si vede da vicino, e non è infrequente vederne di alti come un grattacielo che si estende a perdita d’occhio. Nel 2015 si distaccò dal ghiacciaio Pine Island nel mare di Amundsen un ghiacciaio di quasi 600 chilometri quadrati, dieci volte Manhattan. Dal 2012 ad oggi, solo da questo ghiacciaio, si sono distaccate 60 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Uno degli ultimi si è staccato nel 2017 dal ghiacciaio Larsen: pesava 1000 miliardi di tonnellate e misurava quasi 6.000 chilometri quadrati. Per confronto il Molise ha una superficie di circa 4.500 chilometri quadrati.

La tendenza al riscaldamento ha sicuramente accelerato il fenomeno in Antartide, maggiormente nell’area occidentale, ma gli effetti maggiori che causano la perdita complessiva di massa vengono dalle correnti d’acqua più calde e che agiscono sulle piattaforme glaciali.

La piattaforma galleggiante viene indebolita dalle acque calde che fondono il ghiaccio in basso e questo, insieme ad altri effetti di superficie, rende instabile la piattaforma che si frammenta. A questo punto le correnti oceaniche possono continuare ad erodere il ghiaccio restante e i contrafforti, forniti dalla piattaforma di ghiaccio, che trattenevano il ghiacciaio retrostante, scompaiono. E il ghiacciaio può riversarsi completamente in mare, accelerando proprio perché non più trattenuto dal ghiaccio antistante.

Anche in questo caso, numerosi studi riportano che se anche le temperature tornassero ai livelli degli anni Settanta e Ottanta grazie a qualche effetto finora ignoto, non solo la destabilizzazione dei ghiacciai proseguirebbe, ma l’intera calotta dell’Antartide occidentale si destabilizzerebbe. Nel corso di secoli o millenni si avrebbe un ulteriore innalzamento del livello del mare di ulteriori tre metri.

(La fisica del cambiamento climatico. L.M. Krauss, 2022)

Moria delle barriere coralline tropicali

Anatomia dei coralli

Nei coralli sani, i polipi che costituiscono la colonia sono abitati da alghe (Zooxantelle) che forniscono il colore del corallo, i nutrienti e l'ossigeno, elementi di cui il corallo ha bisogno per sopravvivere. In condizioni stress, ad esempio a causa dell'aumento della temperatura dell'acqua, il corallo espelle queste alghe, il che lo rende fragile e suscettibile a malattie e morte. Il primo effetto evidente è che i coralli perdono il loro colore e si sbiancano. Dopo l’espulsione delle zooxantelle la maggior parte dei coralli muore di fame, perché manca il fornitore principale di energia. La moria degli organismi corallini riduce così i coralli a scheletri calcarei senza vita.

Come sanno gli australiani, lo sbiancamento dei coralli si sta verificando nella Grande Barriera Corallina. Le ricerche più recenti suggeriscono che il 90% della barriera corallina mostra segni di sbiancamento e un recente campionamento esteso su 911 aree nella Grande Barriera Corallina ha indicato che solo quattro di queste non mostravano segni di sbiancamento.

Lo sbiancamento dei coralli si sta verificando anche in altre barriere coralline in tutto il mondo: tra gli altri siti esaminati grande sofferenza si ha nelle barriere delle isole Cayman.

Le barriere coralline occupano circa lo 0,2% del fondale marino, ma ospitano il 25% delle specie marine e 4.000 specie di pesci. Forniscono riparo dai predatori, dalle tempeste e dalle onde, oltre a fornire cibo o lavoro a 500 milioni di persone in tutto il mondo. La Grande Barriera Corallina sostiene un'industria da 5 miliardi di dollari all'anno.

Solo negli ultimi 7 anni si sono registrati ben 3 eventi massivi di sbiancamento e morte dei coralli, il peggiore dei quali risalente al periodo 2016-2017. Nel 2017, infatti, si è abbattuto sulle coste del Queensland (Australia) il ciclone Debbie, una tempesta tropicale di categoria 4 con venti a 263 km/h che, insieme all'invasione corallivora dell’echinoderma Acanthaster planci (o stella corona di spine) e alle alte temperature dell’acqua, ha avuto un duro impatto sul 49% dei coralli della zona.

Che sia l’aumento delle temperature delle acque o una delle sue conseguenze, l’acidificazione degli oceani, a provocare lo sbiancamento dei coralli è da appurare, ma è evidente che la causa originale è, ancora una volta, il cambiamento climatico.

Disgelo del permafrost settentrionale

Il permafrost, come noto, è uno spesso strato di terreno sotterraneo che rimane sotto lo zero per tutto l'anno e si verifica principalmente nelle regioni polari; non va comunque dimenticato che il permafrost si forma anche sulle montagne, a quote superiori ai 2.600 metri alle nostre latitudini. E persino lo scioglimento di quest’ultimo provoca un aumento dei fenomeni di dissesto e di quelli franosi. Quando il permafrost si scioglie, rilascia metano e biossido di carbonio nell'atmosfera. E ciò accade perché il materiale organico congelato per migliaia di anni diventa disponibile per i microrganismi che lo convertono in gas serra. Il metano, in termini di capacità di agire come forzante del riscaldamento atmosferico, è circa 80 volte più potente del CO2 anche se rimane in circolo per circa 20 anni, molto meno che il biossido di carbonio.

Le prove dimostrano che il permafrost nella regione artica sta cambiando e degradando molto rapidamente. A prescindere dai danni diretti che causa in molte regioni urbanizzate della regione, che hanno costruito posando le fondamenta su pali direttamente nel permafrost, la modellazione indica che ciò porterà a grandi aumenti di metano, anche se il fenomeno non è ancora stato quantificato od osservato con certezza.

Ad ogni modo il risultato principale della fusione del ghiaccio del permafrost è la formazione di aree lacustri e paludose che agiscono come grandi emettitori di gas serra, metano in particolare.

L'Alaska, che fino a non molti anni fa aveva un bilancio tra emissioni e assorbimento pressoché pari a zero, è invece diventata un emettitore netto di gas serra a causa degli effetti dello scioglimento del permafrost.

Conclusioni
I punti di non ritorno discussi indicano, ancora una volta, l'urgenza di risposte globali al riscaldamento climatico. Il grafico del Guardian visto all’inizio, indica che mantenere il riscaldamento globale entro un massimo di 1,5 °C è, anche se in modo marginale, adeguato nella migliore delle ipotesi e l'obiettivo dovrebbe probabilmente essere inferiore.

A titolo di esempio si osservi il grafico qui sotto e relativo all’Australia, un paese tutto sommato che contribuisce in maniera irrisoria al cambiamento climatico (meno di 400 Mton di biossido di carbonio nel 2023, a fronte delle 35 Gton/anno complessive del mondo!)

Il grafico indica che la riduzione minima del 43% delle emissioni di gas serra auspicata dal governo australiano entro il 2030 (cioè adesso in pratica) non contribuisce a mantenere la di 1,5 °C, e c'è ancora molto da fare.

I valori riportati nel grafico sono relativi a Mton di CO2e, equivalente, a comprendere tutti i gas serra, e non solo il CO2.